«Così muore una ragazza normale»

È stato l’ultimo della famiglia a vederla viva. Una chiacchierata di dieci minuti, come tante altre volte in vita loro, poi via, di nuovo al lavoro. Lui, alla stazione Tiburtina, lei in via dei Serpenti, nella gelateria dove era in prova. Per guadagnare qualche soldo mentre studiava per diventare infermiera. In via dei Serpenti Vanessa Russo non è mai arrivata. Colpa di due straniere incontrate per caso, di un litigio scoppiato chissà per quale stupido motivo e di un gesto troppo crudele per sembrare vero: un ombrello usato come una spada per colpirla in volto e trafiggerle un occhio. E ora Simone pensa che, chissà, se sua sorella si fosse trattenuta qualche minuto ancora con lui, magari sarebbe ancora viva. Non è andata così. Vanessa giovedì mattina è salita su quel maledetto vagone e ha incontrato quelle due.
E ora al fratello più grande, 26 anni, non rimane che il suo ricordo: «Era una ragazza normale, come tante. Una ragazza serena che insieme al fidanzato amava andare al pub e in discoteca». Piaceva molto l’inglese a Vanessa: «Era bravissima - dice Simone - e lo aveva studiato con passione». «Da piccolo - continua - diceva di voler diventare veterinaria, ora stava studiando per diventare infermiera. Aveva sempre tra le mani libri. Era solita uscire di casa e girare con i mezzi pubblici perché non aveva la patente». Poi la memoria torna a quando era accanto alla sorella ricoverata in ospedale: «Era tutta coperta e io ricordavo i suoi bellissimi occhi, sperando che si riaprissero. Poi la baciavo e l’accarezzavo». Simone è insieme al papà, che lavora in una ditta edile, e alla mamma, casalinga, nell’appartamento di Fidene, dove viveva anche Vanessa. Sono tutti sconvolti, la madre chiede giustizia: «Voglio che le assassine di mia figlia vengano prese». L’intero quartiere è scosso dalla tragedia. «Non si può morire così - dice una signora che stringe tra le mani un quotidiano - i responsabili devono essere arrestati». Fuori dai bar e davanti ai negozi la notizia rimbalza tra la gente. «Non ci posso credere - esclama un signore di mezza età - abitava qui vicino. Queste cose non devono accadere».
Non è bastato il sofisticato sistema di controllo presente nella metropolitana, di cui si è vantato ieri in una conferenza stampa il presidente della società Met.Ro Stefano Bianchi, ad evitare la tragedia. Speriamo almeno che le 1.200 telecamere e i 235 monitor disseminati all’interno delle stazioni servano ad inchiodare le due straniere che hanno aggredito Vanessa. I loro volti ci sono, i testimoni hanno riconosciuto le due donne immortalate mentre fuggivano dalla stazione Termini come quelle che poco prima avevano litigato con la giovane vittima, ora gli inquirenti stanno cercando di dar loro un nome e rintracciarle. «Ci sono buone probabilità che attraverso le immagini in mano alla polizia - dice Bianchi - si arrivi all’identificazione dei colpevoli». Il presidente di Met.Ro sottolinea che il giorno dell’aggressione i soccorsi sono stati tempestivi: «Un vigilantes ha tolto dal collo della ragazza il laccio dello zaino, un medico l’ha subito soccorsa e sono stati cercati i testimoni». Eppure, malgrado i vigilantes e le telecamere, le due donne si sono allontanate indisturbate. «È la gente che non ha collaborato - denuncia il responsabile della Vigilanza, Giovanni Mariani - perché se qualcuno avesse urlato, avesse indicato le due, i vigilantes le avrebbero fermate».