Così è nata la "pirateria" che ridisegna il pop

L'algoritmo mp3 nasce nel 1986, la discografia lo rifiuta e i "pirati" lo adottano subito, finendo sotto processo. Ma ormai l'idea di aver gratis i contenuti si è estesa a tutto il mondo del digitale

Chi ha inventato l'mp3, l'algoritmo che permette di digitalizzare la musica? Chi è stato il primo «pirata» via internet? Come si sono conclusi i processi a carico di chi ha infranto il diritto d'autore, scambiando file audio in Rete? How music got free: what happens when an entire generation commits the same crime? («Come la musica è diventata gratis: cosa succede quando un'intera generazione commette lo stesso crimine?», Bodley Head, pagg. 304, euro 29,32) di Stephen Witt risponde a queste domande e ne pone altre. In fondo la digitalizzazione dei contenuti (musicali, editoriali, televisivi, cinematografici) è un fenomeno tuttora in corso. L'impatto sulla cultura, dalla produzione alla distribuzione, è così profondo da essere già tangibile ma ancora incalcolabile. L'inchiesta di Witt, comunque, rivela storie inedite, che proviamo a sintetizzare.

MP3 L'inventore dell'mp3 si chiama Karlheinz Brandenburg ed è nato a Erlagen, in Germania, nel 1954. Brandenburg ha fatto tesoro della lezione del suo maestro, Dieter Seitzer. Quest'ultimo giunse alla conclusione che si poteva registrare musica ad alta fedeltà riducendo il suono a poche informazioni, perché l'orecchio umano sente solo alcune frequenze. Seitzer immaginava un enorme jukebox centralizzato capace di erogare brani su richiesta dei clienti connessi alla linea telefonica. Tu chiamalo, se vuoi, streaming . A questo punto della storia, entra in scena il team dell'allievo di Seitzer, Brandenburg. È lui, nel 1986, a 31 anni, a creare l'algoritmo mp3, che permette di comprimere il suono senza perdere (troppi) dettagli. L'mp3, all'inizio, si scontra con problemi tecnici e politici. I primi sono risolti esercitandosi a fondo sulla canzone di Suzanne Vega, Tom's Diner . I secondi sono gravi. La potente Philips scommette su un algoritmo alternativo, l'mp2, che sembra destinato a diventare lo standard. Fino a quando Brandenburg non mette on line un programmino che consente di trasformare i propri cd in file mp3. La mossa è astuta: il programma è gratuito ma l'mp3 è protetto da licenza. L'mp3 dilaga grazie a internet e alla potenza della nuova generazione di personal computer. Brandenburg, che lavorava per un ente in larga misura finanziato dallo Stato, era però convinto della necessità del copyright: chi mai investirebbe altrimenti su un'idea che non può produrre ricchezza? Il tedesco era deciso a offrire alle grandi case discografiche americane un tipo di mp3 munito di sistema anti copia. Gli fu risposto informalmente che l'industria musicale non era interessata alla distribuzione elettronica. Qui siamo al cuore della vicenda, che si rivela subito denso di contraddizioni: senza copyright non sarebbe mai nato l'mp3, che ha minato alla base il copyright, reso obsoleta la discografia e facilitato la pirateria.

I PIRATI SI ORGANIZZANO Molti credono che la pirateria on line sia nata da migliaia di focolai spontanei disseminati in tutto il mondo. Al contrario, la massa dei file illegali (soprattutto mp3) è riconducibile a un numero ristretto di persone organizzate in gruppi che prosperavano nel Dark Net, la parte nascosta della Rete, inaccessibile con i normali motori di ricerca. Il «paziente zero» della pirateria, Benny Lydell Glover, viveva a Shelby, cittadina della Nord Carolina, e impacchettava cd nel locale stabilimento della Universal. Nonostante le misure di sicurezza, Glover ha fatto uscire dagli impianti i cd di Lil Wayne, Dr Dre, Jay Z, Björk, Queens of the stone age, Ludacris, Eminem e centinaia di altri artisti. Grandi successi catapultati in Rete come mp3 con giorni d'anticipo sull'uscita ufficiale. Glover era associato all' élite dei pirati, il gruppo noto come Rabid Neurosis (Rns) e guidato da un tale Kali. L'obiettivo di Rns era puerile: battere tutti sul tempo, farsi un nome, ottenere password per altri siti pirata. Nel giugno del 1999, il diciottenne Shawn Fanning, stufo di cercare i file negli anfratti del web, inventa Napster, un sito ove gli utenti possono scambiare canzoni. Sei mesi dopo ha venti milioni di utenti. La pirateria è ormai un fenomeno di massa. Inizia la battaglia legale delle compagnie discografiche. Nel luglio 2001, il sito chiude. A quella data l'industria è ancora convinta di poter fare a meno della distribuzione in digitale. I tentativi restano a livello di esperimento. Le vendite dei cd tengono, molti credono che nulla cambierà. Non Steve Jobs, ma è un'altra storia.

LA PIRATERIA SI EVOLVE Bram Cohen inventa BitTorrent, una tecnologia che permette di aggirare i problemi della condivisione in stile Napster. Non è l'unico cambiamento. I pirati della prima ora non avevano particolari rivendicazioni ideologiche. La nuova generazione è diversa, la pirateria diventa disobbedienza civile. The Pirate Bay, sito svedese, rivendica la volontà di infrangere la legge e cerca lo scontro. Tutte le persone legate a The Pirate Bay sono condannate (maggio 2006) ma l'esperienza lascia un segno. Il partito «dei pirati», in Germania, riesce ad arrivare, alle europee del 2009, al 7 per cento. Base politica: rifiuto del copyright e denuncia dei sistemi di sorveglianza via internet. Oink invece era un mega archivio musicale. Vantava 180mila membri, tra cui c'erano molti famosi musicisti, a esempio il premio Oscar per la colonna sonora di The Social Network , Trent Reznor. Il sito era gestito da Alan Ellis, 21 anni, prima studente universitario, poi dipendente di un impianto chimico a Middlesbrough, in Inghilterra. Oink non aveva scopo di lucro, anche se Ellis chiedeva donazioni per coprire le spese necessarie alla manutenzione dei server. L'idea era quella di creare la più grande biblioteca musicale del mondo. Oink finisce nel mirino della giustizia quando pirata gli audiolibri di Harry Potter . Gli avvocati della Rowling entrano in azione, raccolgono informazioni e le girano alla polizia. Ellis viene processato e assolto nel 2007. Secondo la corte, non aveva lavorato a fini di arricchimento e dunque non era colpevole nonostante l'evidente violazione del copyright.

PROCESSI Oltre a Napster e Oink, vengono portati in tribunale anche comuni utenti dei siti pirata. In una prima ondata, negli Stati Uniti sono rinviati a giudizio 261 individui, denunciati dall'associazione delle compagnie discografiche. Sul banco degli imputati sono chiamati disoccupati, uomini morti da mesi e Brianna LaHara una dodicenne che ha scaricato, tra le altre cose, la sigla di una sit-com. Le vengono chiesti danni per duemila dollari. È un'autorete. Molti artisti si dissociano. Nel frattempo i veri pirati operano indisturbati fino al 2003, quando l'Fbi va alla radice del problema. L'Rns viene sgominata. I «capi» vanno a processo ma le sentenze sono uno choc. Kali, il numero uno, viene assolto perché il suo modem non era protetto da password: chiunque, in teoria, avrebbe potuto accedere al suo computer facendo ricadere le accuse su di lui. I pirati infiltrano le case discografiche, costruiscono un network mondiale, diffondono materiale protetto da copyright, causano danni economici colossali. Il 19 marzo 2010 una giuria del Texas, selezionata in base alla mancanza di conoscenze tecnologiche troppo specifiche, sentenzia: le leggi che vietano questi comportamenti non devono essere osservate perché sproporzionate rispetto al reato.

INDUSTRIA La pirateria è in calo. iTunes, Spotify, YouTube: tutto è ormai disponibile a basso prezzo. L'industria ha imparato nuovi modi per guadagnare, nonostante affronti una dura crisi. Vevo, il canale più famoso di YouTube, fa cassa con lo streaming dei video musicali, grazie alle percentuali sulla pubblicità che compaiono sul sito. È invenzione di Doug Morris, ex capo dell'Universal. Anche gli artisti cominciano a sperimentare. Lady Gaga ha venduto Born This Way in digitale per 99 centesimi nel giorno dell'uscita (440mila copie piazzate in un colpo solo). Beyoncé ha pubblicato l'album omonimo a sorpresa e accompagnato da 17 video. Thom Yorke ha messo il suo album Tomorrow's Modern Boxes direttamente su BitTorrent. Taylor Swift ha rimosso il suo album 1989 dai servizi di streaming, vendendo due milioni di copie di cd fisici. Insomma, digitale uguale gratuito o prezzo stracciato. L'equazione è difficile da scalfire, forse impossibile, e la storia di come la musica sia diventata gratis o quasi probabilmente prefigura la storia di qualsiasi industria produca contenuti culturali. Tuttavia il profitto, necessario per gli artisti e per garantire la varietà dell'offerta, non è impossibile. Bisogna accettare l'idea di essere entrati in un nuovo mondo, ancora da esplorare.