Così Natascha è fuggita dalla schiavitù

Gli inquirenti: «Non è escluso che ci sia stato un complice»

Manila Alfano

Ha bussato alla porta dei vicini con il cuore in gola sperando che ci fosse qualcuno in casa. Un sospiro di sollievo appena la porta si è spalancata. Una donna di 80 anni fissava con aria interrogativa quella ragazzina pallida e nervosa con un vestito arancione indosso. Una vocina flebile e tremante ha supplicato: «Ha un giornale del 1998?». Quella - avrà pensato lei - era l’unica vera prova per convincere quella sconosciuta che la bimba rapita otto anni fa, e di cui tutti avevano parlato, era lei.
Capelli biondi e occhi azzurri, magra, pesa solo 42 chili e con il corpo pieno di macchie, Natascha Kampusch stava tornando alla vita. Da lì a poco sarebbe ricominciato tutto: la polizia, gli psicologi, gli esami in ospedale, le domande, l’incontro con il papà che tra le lacrime ha ammesso: «L’avrei riconosciuta anche senza vedere quella cicatrice, anche senza il passaporto o l’esame del Dna. È la mia bambina, sono stato sicuro fin dal primo istante». La mamma è arrivata subito dopo: «Per poco non mi viene un collasso».
Adesso tutti parlano di «ricostruire». Negli ultimi mesi Priklopil si era dimostrato meno scrupoloso e discreto, cosa che fa dedurre agli investigatori una possibile mancanza di interesse da parte dell’uomo nei confronti di una ragazza diventata ormai adulta. Il movente per la polizia non è ancora chiaro anche se gli psicologi non escludono che possa trattarsi di «un pedofilo con delirio di potere». Natascha è riuscita a fuggire proprio grazie ad un suo momento di distrazione. È questa la scena cruciale, quella raccontata il giorno dopo agli inquirenti. Eccola. Natascha è in garage. Il suo «sire» gli ha appena ordinato: «Pulisci la macchina». Squilla in cellulare. L’uomo risponde, ma il rumore dell’aspirapolvere è troppo fastidioso. Sale al piano di sopra, ma si dimentica di chiudere a chiave la porta. Natascha intuisce la via di fuga e taglia la corda. È libera.
La ragazza, ormai diciottenne, si lascia alle spalle l’ombra di quell’uomo fin troppo riservato, a cui i vicini di casa riescono a malapena dargli un volto. Impossibile immaginarsi che in quella casa unifamiliare, seminascosta da una siepe fitta si trovasse una cella insonorizzata di neppure 5 metri quadrati, senza finestra, dove la bambina è cresciuta isolata dal mondo. Nel corso degli anni né vicini, né conoscenti, né operai giunti per riparazioni varie si erano accorti di nulla. Un tipo solitario, chiuso nel suo mondo assurdo, mosso dal desiderio di comandare. Due amici in tutto, con l’unica passione per l’elettronica. Una personalità disturbata, enigmatica anche per sua madre (il padre è morto più di 20 anni fa) che ai poliziotti dice: «Quando ho scoperto tutto, mi è crollato il mondo addosso». Un ex collega lo descrive come «tipo strano, ma anche sadico».
E in tutto questo resta l’enigma, il sospetto, di un complice. Qualcuno che lo ha aiutato. Forse lo stesso che, otto anni fa, disse di aver visto nel furgone, accanto al conducente, l’unica testimone dell’epoca, la compagna di classe di Natascha. «Un complice? È un’ipotesi da non escludere», dichiara infatti il capo della polizia.
Ora Natascha è al sicuro in una stanza d’albergo in un luogo segreto, alcuni ipotizzano a Burgenland, un land a est di Vienna, con una poliziotta e una psicologa, libera di incontrare i genitori ogni volta che lo vuole. Lunedì dovrà raccontare ancora una volta la sua storia. «Ma Natascha ce la farà», assicura la poliziotta che per prima ha parlato con lei. «È una ragazza sveglia, con un’intelligenza superiore alla media. Nonostante la confusione e l’emozione è riuscita a raccontare tutta la storia seguendo un filo logico, spiegandosi in modo chiaro e lineare, con un vocabolario fornito. Si vede che in questi anni ha potuto leggere e informarsi».
Gli psicologi stanno ancora lavorando con lei per far emergere il tipo di rapporto che si era instaurato con Priklopil, anche se già giovedì avevano diagnosticato in lei la sindrome di Stoccolma. «Una identificazione con il sequestratore molto comune in casi come questo. Dice Reinhard Haller, uno psichiatra dell’università di Innsbruck. Gli esperti dicono che Natascha è forte. È sopravvissuta all’isolamento, alla reclusione e ha trovato la forza di scappare. Questo significa che non ha mai perso il controllo della situazione. «Ma ora, anche se sembra aperta e serena - spiega Werner Leixnering, psichiatra dell’età evolutiva - È di vitale importanza che sia sottoposta ad una terapia. Il trauma emozionale emergerà più tardi». Alla fine di questa storia resta una domanda: che ne sarebbe stato di lei se il suo carceriere, il suo padrone, fosse morto? Nessuno, nel paesino austriaco di Strasshof, si sarebbe mai accorto di nulla.