Così è nato il Signore degli anelli

L’ultimo capolavoro di Tolkien. L’opera postuma del grande scrittore inglese. Oppure ancora: il magico mondo della Terra di Mezzo risorto. Scegliete voi quale preferite tra queste frasi di lancio: sono state tutte usate per presentare al grande pubblico I figli di Hurin, un lungo racconto firmato da J.R.R. Tolkien - l’autore de Il Signore degli Anelli, il bestseller del XX secolo - che, già disponibile in inglese dall’aprile scorso, esce domani in Italia (Bompiani, pagg. 336, euro 20 oppure 30 in edizione Deluxe, nemmeno fosse un panino da fast-food). E subito si è scatenata la corsa all’acquisto, visto che in Inghilterra e Stati Uniti le vendite sono già nell’ordine dei milioni di copie e sicuramente, alla fine del giro di traduzioni e ristampe, gli editori saranno più che soddisfatti, come draghi della Seconda Era tolkieniana distesi placidamente sul loro gruzzolo. Perché non c’è dubbio che l’olezzo di Mammona si levi dalle sacre pagine di questa avventura tolkieniana, per la semplice ragione che si tratta di una pura e semplice riedizione.
Chiariamo: per come si troverà da settimana prossima nelle librerie italiane, la vicenda dei figli di Hurin è «nuova», nel senso che un libro così intitolato ancora non esisteva nel catalogo tolkieniano. Ma in realtà esso è la collazione di vari spezzoni che, in quanto racconti più o meno autonomi, sono già stati pubblicati anche in Italia, in particolare nel Silmarillon - l’opera teogonica che introduce all’intero mondo fantastico di Tolkien - e nei Racconti incompiuti, un titolo che - come i Racconti perduti e i Racconti ritrovati - la dice lunga su come l’enorme matassa di storie più o meno abbozzate cui Tolkien lavorò per tutta la vita sia già stata utilizzata, almeno parzialmente. Insomma quello che viene offerto non è altro che una riedizione in formato unitario di racconti già noti, e dunque si evitino certe fanfare fuorvianti. Il che comunque non significa che il testo in questione sia di scarso valore, a patto di intendersi bene.
La storia dei figli di Hurin costituiva da sempre, nella mente del professore di Oxford, un unico, lungo racconto, destinato a mostrare il lato angoscioso e fatalistico dell’esistenza umana. Leggendo le disavventure del paterfamilias Hurin, della moglie Morwen, del loro figlio Turin e della figlia Nienor - un nome elfico e quindi bello nel suono, ma funesto visto che significa Lutto - ci si imbatte in domande secche e dirette, solitamente poste sulla bocca di creature innocenti - un bambino, una donna elfica emarginata... - che tracciano un itinerario di sventura: «Cos’è il destino?» o ancora: «Cos’è uno schiavo?». I protagonisti sono infatti gravati da una maledizione scagliata contro di loro da Morgoth, l’Oscuro Signore che ha sconfitto l’alleanza tra uomini ed elfi e ha catturato il campione degli uomini, ovvero Hurin il Costante. Ed è proprio la tenace resistenza di Hurin, che non cede né alle lusinghe né alle torture del Nemico, a indurre quest’ultimo a colpirne la prole con la maledizione. Il lettore si ritrova dunque come Hurin, legato sulla cima di un monte e quindi impossibilitato a intervenire, ad assistere alla distruzione di Morwen, Turin e Nienor in un crescendo di errori ed orrori, abbagli di speranza e felicità seguiti da crudi risvegli alla durezza della sorte. E basti dire che, scacciati dalla loro terra, mendici e separati, fuorilegge, disperati e amati/odiati dagli uomini e dagli elfi, fratello e sorella finiranno con lo sposarsi, ignari delle rispettive identità, per suicidarsi una volta scattata l’agnizione finale.
C’è dunque un’ombra di sventura (Doom, in inglese) che sempre più avvolge le vite di questi infelici, nonostante ogni loro atto o intenzione. E infatti proprio sul rapporto tra azione, volontà e casualità si svolge la trama di questa tragedia, come se Tolkien volesse esperire nelle loro vite l’azione nefasta del male. Come agisce - sembra chiedersi - la corruzione del male su persone che tentano di resisterle? Fino a che punto un uomo è in grado di resistere a un potere maligno che si accanisce contro di lui? È il caso o la sfortuna, a dominare le nostre azioni? O è la nostra imperizia, l’impudenza di una parola o l’irruenza mal calcolata di un gesto? In un continuo saliscendi di coscienza e incoscienza, Turin ambisce ad alte gesta ma si ritrova esiliato e fuggiasco, braccato dal destino e dai nemici, sino a sfiorare la condizione belluina. Ed è proprio di donne semi-selvagge che si innamora, perché incontrate al limite della pazzia o nude nei boschi.
Rivive dunque in queste pagine il problema di sempre dell’uomo, sospeso tra libertà e necessità, tra un destino che si compie comunque e quel destino che i nostri atti disegnano, come nella migliore tradizione della tragedia greca o shakespeariana. O forse come nella tradizione norrena delle saghe islandesi o nella grande epica del Beowulf anglosassone e nel Sigfrido germanico - con draghi senza ali, spade parlanti ed elmi fatati a lato delle vicende umane - visto che lo stile è del tutto diverso da quello del Signore degli Anelli. Il lettore va infatti avvertito: non troverà in queste pagine lo stesso passo del grande capolavoro tolkieniano, e per due ragioni. Da un lato, appunto, l’ispirazione viene più direttamente dall’epica in versi del Nord e difatti lo stesso Tolkien stese una versione in poesia dei Figli di Hurin, versi allitterati che in più passi esprimono una potenza imprevista per il secolo in cui vennero scritti. Dall’altro lato, essendo opera della giovinezza - le prime parti sono del 1917, quando il venticinquenne Tolkien si trovava in ospedale per riprendersi dalle trincee della Grande Guerra - e insieme della vecchiaia - dopo cioè lo Hobbit e il Signore degli Anelli - I Figli di Hurin difettano di equilibrio, come se il grande compito di Tolkien fosse già stato compiuto.