«Così Neda è morta fra le mie braccia»

Ha sentito lo sparo, l’ha vista barcollare, cadere, morirgli tra le braccia. È successo sabato scorso, lo può raccontare solo ora. È arrivato a Londra la notte di giovedì, si è lasciato dietro l’Iran, l’incubo sanguinoso di quell’agonia, la paura di esser cercato e sbattuto in galera. E ora il dottor Arash Hejazi, medico trentottenne appassionato di letteratura e famoso per essere il traduttore di Paul Coelho in iraniano, può raccontare la sua verità. «Dopo quest’intervista rientrare nel mio paese sarà impossibile, ma glielo dovevo - spiega alla giornalista della Bbc che lo ascolta - Neda lottava per i diritti di tutti, il suo sangue non può venir sparso invano, lei rappresenta tutti noi, lei era una ragazza come tante... non sopportava più le ingiustizie e loro l’hanno uccisa per questo».
Neda Agha Sultani è la martire dell’opposizione iraniana, la ragazza di 26 anni colpita da un proiettile durante le manifestazioni di sabato scorso a Teheran e spirata tra le braccia di Arash mentre lui tentava di soccorrerla. Da quel giorno Arash non dorme più. Il suo volto ripreso dal telefonino che filma la morte di Neda fa il giro del mondo. Paul Coelho lo riconosce, gli scrive, lo invita a fuggire. Lui lo ascolta, vola a Londra, ma intanto vive nel tormento. Risente l’urlo di Nada «mi brucia il petto», rivede il suo volto, i fiotti di sangue da naso e bocca, gli occhi rovesciati al cielo. «Premevo sulla ferita cercavo di fermare il sangue, ma usciva da ovunque, non avevo mai visto una cosa del genere, il proiettile deve esserle esploso nel petto, è morta in meno di un minuto».
Dal racconto di Arash emerge anche la chiara, incontrovertibile responsabilità delle milizie Basiji, dei volontari di regime mandati a confrontare i dimostranti con moto, bastoni e armi da fuoco. Il dottore lo capisce quando inebetito si alza da quel cadavere e si mescola alla folla. «Mi guardavo i vestiti e le mani coperte di sangue, non mi davo pace per non esser riuscito a salvarla». Mentre tenta di scacciare orrore e senso di colpa, sente un urlo, assiste alla caccia ad un miliziano in fuga. «La gente intorno a me sembra impazzita, sbanda, corre urla poi sento altre grida “l’abbiamo preso, l’abbiamo preso”... vedo quell’uomo, lo stanno bloccando e disarmando qualcuno gli strappa la carta d’identità mostra che è proprio un volontario Basiji. Le persone tutt’attorno sembrano imbestialite, pronte a ucciderlo, lui per difendersi grida “non la volevo uccidere, non la volevo uccidere”». Quella frase, ripetuta senza motivo è la prova, secondo Arash, della sua colpevolezza, della sua responsabilità di cecchino mandato a sparare sulla folla, di esecutore materiale di Neda. «La gente a quel punto si domanda che fare - spiega Arash - sa che consegnarlo alla polizia è inutile, ma non vuole neppure farsi giustizia da sola... lo fotografano, si tengono i suoi documenti, lo cacciano via. Oggi però - ricorda Arash - sono in molti in Iran a ricordarsi il suo nome».