Così Nicoletta ballò il boogie-woogie

Nella sala risuonano le note ripetitive e accattivanti del boogie-woogie. Le coppie di giovani si lanciano in pista, felici di vivere e divertirsi, dopo anni di sofferenze.
Un gruppo di amiche entra nel locale - una modesta balera in Corso Italia nell'estate del 1945 - e fa un giro, guardandosi intorno con curiosità. Non passa un minuto che ci sono già dei giovanotti impomatati e simpatici che le invitano per un ballo. Mentre si scambiano le presentazioni, però, qualcuno fa accendere le luci e interrompere la musica. Una voce venata di livore annuncia al microfono: «L'ex-ausiliaria fascista Nicoletta Mainardi esca subito dal locale!». I giovani si guardano intorno, qualcuno non ha capito, ma lei, Nicoletta, ha capito benissimo. Senza fretta, a testa alta, si avvia verso l'uscita, seguita da due ceffi col fazzoletto del Cln. Sono attimi di tensione, di imbarazzo. Ma la ragazza non fa a tempo prendere la porta. Infatti, lasciato sul tavolo il suo gin-tonic, si fa avanti un giovane biondo e distinto, in divisa khaki. È un ufficiale inglese e chiede a Nicoletta di fermarsi, allontanando con uno sguardo eloquente i due ceffi che pensavano già di aver messo le mani su una preda ambita: un'ausiliaria di Salò. L'inglese si presenta, cerca di tranquillizzare la giovane e la invita platealmente a danzare con lui, facendo riprendere la musica che qualcuno aveva fatto interrompere. Le note, stavolta, sono più dolci, le coppie si ricompongono ballando un lento. L'ufficiale balla molto bene e Nicoletta si sente addosso gli sguardi scornati di tanti «compagni». Lui non può fare a meno, però, di porle la fatidica domanda: «Ma lei, signorina, è stata veramente un'ausiliaria fascista?» e lei, altrettanto schiettamente non può che rispondergli con un bel: «Sì, ero nella X Mas del Principe Borghese».
Dopo averle offerto qualcosa da bere, l'ufficiale inglese la accompagna fin sotto il portone di casa e si congeda con un lieve cenno d'inchino e un sorriso. Le sue parole valgono quanto una medaglia: «Lei ha tutta la mia ammirazione, signorina. In tanti anni di guerra attraverso l'Italia, non mi sono mai imbattuto in una sola persona che abbia ammesso di essere stata fascista! Lei è una persona coraggiosa».
Nicoletta non rivedrà mai più l' ufficiale-gentiluomo, ma rilascerà a chi scrive la sua testimonianza di ragazza in grigioverde. Lei ha potuto farlo, ma non così la sua coetanea Alda Bonetto.
Aveva perso un fratello, disperso in uno dei tanti fronti di guerra, e dopo l'8 settembre si era sentita in dovere di fare qualcosa anche lei. Era partita dalla sua casa di Sampierdarena per arruolarsi volontaria nel Servizio ausiliario femminile del Comando militare provinciale di Genova. Prestava servizio in piazza della Vittoria, negli uffici del Distretto. Un ruolo semplice, che accontentava la sua volontà e non gravava ulteriormente sul cuore ferito di una madre. Alda era una ragazza buona e mite, incapace di fare del male, e nessuno avrebbe mai potuto fare del male ad una ragazza come Alda, bionda, dolce e gentile con tutti, anche in quel tempo da lupi.
Nel precipitoso finale della Repubblica di Mussolini, fece in tempo a rifugiarsi presso una famiglia amica in via Trento. Non volevano che uscisse, temevano per la sua vita. Ma lei, Alda, non poteva lasciare sola la mamma. E uscì dal rifugio.
A casa non giunse mai. Fu vista, con la testa rasata e il cranio cosparso di vernice rossa, con altre disgraziate nello spazio centrale di Galleria Mazzini, assediata da una folla turpe. Sembrava che non sentisse, che non vedesse cosa accadeva tutto intorno. Che fosse ormai lontana da tutta quella violenza che si abbatteva su di lei. Fu vista, straziata ma ancora viva, ai primi di maggio, chiusa in un recinto spinato posto nella piazza centrale di Bolzaneto, sotto il monumento ai Caduti, esposta a tutti gli insulti. Poi, si può solo immaginare cosa le sia successo.
Dopo un certo tempo, per intervento di un sacerdote, i suoi poveri resti furono portati alla luce. Alda giaceva in una fossa nei pressi di Bolzaneto, insieme ad altri corpi. A dare la certezza che si trattasse veramente di lei fu un piccolo anello di bakelite. Portava impresso il volto in miniatura del fratello, viso d'angelo fra tanto scempio.
La storia delle genovesi a Salò non è stata ancora scritta. Forse, dopo oltre mezzo secolo, non sarà più possibile scriverla. Scompaiono le poche testimoni dirette. E chi si accosta alla loro esperienza, lo fa usando come metro di valutazione una scala di valori completamente invertita rispetto a quella che spinse loro, in quei tempi, a seguire senza remore l'ultimo Mussolini.
Ma è stata una storia. Magari minoritaria, fatta propria da una ristretta porzione di donne, ma storia di tutto rispetto. Che riecheggia ancora in qualche libro dimenticato, o nei racconti di vecchi militanti. Una storia fatta anche dalla conclamata incapacità di accettare compromessi, di farsi imporre il prezzo di vendita, così caro alla trascurabile esistenza di tanti uomini privi di attributi.
Pure Genova diede il suo contributo. Il cappuccino fra Ginepro da Pompeiana ci ha lasciato il ritratto di parecchie di queste donne nei suoi libri «La via crucis dei criminali», «Convento e galera» e «Fanciulli martiri». Ne conobbe tante mentre si trovava recluso a Marassi, ma ancor di più ne conobbe fuori. Erano le madri, le mogli, le figlie o le sorelle degli scomparsi. Una lunga teoria di donne dolenti, ma fiere e irriducibili.
Come Nora Baretto, alla quale i partigiani uccisero i genitori. Come le ausiliarie Origone, Marchini, Ogno e Pizzi, rinchiuse a Marassi. Come Rosanna Franchi, che si spense poco dopo la fucilazione del padre. O come Noemi Serra, che se ne uscì nelle strade, mentre ancora si sparava, per cercare il corpo del marito. E che da quel giorno dedicò la vita a recuperare salme di fascisti in mezza Liguria.
La storia delle genovesi di Salò è una storia che non ha lasciato traccia in quella ufficiale, è una storia che non può trovare posto nella memoria di una città che qualcuno ha ribattezzato, con mirata ironia, «la città proibita». Ma è una storia che, come spesso accade, riserva non poche sorprese.
Come il fatto di incontrare delle giovanissime che - a pochi mesi dalla fine della guerra - furono viste gettare volantini neofascisti dal Ponte Monumentale.
La polizia mise le mani su tutti i ragazzetti che erano con loro, ma questi, presa una bella razione di botte, stoicamente non spifferarono neanche un solo nome delle terribili amichette.
Ci fu pure il caso di quell'ausiliaria genovese - il nome non lo ricorda più nessuno - che fu presa dai partigiani dopo il 25 aprile e sottoposta al rituale della rapata a zero. Si stava mettendo veramente male, ma il destino, questa volta, fece entrare in scena persino il dardo di Cupido. È successo quindi che un giovane insorto, munito di forbici, oltre che di mitra e bombe a mano, dopo aver fatto scempio delle chiome fasciste, si sia innamorato - ricambiato - dell' altrettanto giovane vittima. Gettate le armi, portati a termine gli studi, i due convolarono a nozze e vissero una vita da favola in quel di Roma, lasciando gli amici a meditare sui profondi paradossi dell'esistenza.