MA COSÌ È UN’OFFESA ALLA VITA

Sia data lode al presidente Napolitano per il suo appello a partiti e istituzioni perché affrontino, finalmente, il duro problema dell'eutanasia. I nostri presidenti della Repubblica si sono troppo spesso prodotti in richiami a impossibili concordie politiche, in appelli astratti sulla pace, l'Europa e quant'altro fosse condivisibile più o meno da tutti, sempre evitando con scrupolo i temi che lacerano le coscienze. Rispondendo all'appello di Piergiorgio Welby, Napolitano ha avuto il merito di proporre al Paese, prima ancora che alle istituzioni che lo guidano, un tema che è nella carne viva dei cittadini, oltre che delle loro coscienze. Ma che partiti e Parlamento rinviano di anno in anno, colpevolmente, per motivi di autoconservazione da divisioni interne e timore di possibili alleanze diverse dal solito scontro frontale centrosinistra-centrodestra.
E in questo caso non mi sembra apprezzabile la compattezza dell'opposizione nel pronunciarsi a priori contro ogni possibilità che un individuo possa scegliere liberamente di rinunciare a una vita diventata soltanto dolore e umiliazione. D'accordo, non a caso, con l'Udeur, la Casa delle Libertà ha per il momento fatto una scelta di campo che guarda a valori religiosi (se non, peggio, all'appoggio della Chiesa), piuttosto che a quelle libertà cui si appella fin dal nome e che dovrebbero essere il motore primo delle sue scelte.
Sostenere che «la vita è sacra» - e lo è - diventa un non senso quando si passa a considerare non la «vita» in generale ma ogni singola vita, specie quando appartiene a un individuo malato. Malato e però capace di valutare se davvero valga la pena di essere vissuta un'esistenza senza prospettiva se non altro dolore, altra impossibilità a agire persino nei gesti più semplici e quotidiani, altra dipendenza da uomini e macchine che lo costringono a vivere contro il suo desiderio di resa, di fine, di pace.
Rocco Buttiglione ha detto, e sono belle quanto astratte parole, che quando un uomo soffre fino al punto di voler morire, gli si deve far capire che la vita può essere bella proprio grazie all'amore degli altri. Belle parole che però suonano come imposizione dell'amore, come privazione della libertà di scegliere tra un bene universale e teorico e un «male» individuale e liberatorio.
L'agonia di Piergiorgio Welby, che per troppo amore si vorrebbe interminabile, forse sarebbe già finita senza necessità di ricorrere all'eutanasia: se il potere legislativo avesse preso in considerazione l'annosa proposta di legalizzare un testamento biologico grazie al quale ogni cittadino potrebbe decidere, nel pieno delle forze e della salute, se in caso di malattia non curabile si debba esercitare quell'«accanimento terapeutico» simile più a un'offesa alla vita che a una sua difesa. Su questo tema il Parlamento deve agli italiani tutti una discussione immediata e profonda. E nella quale i partiti lascino ai singoli parlamentari, veri rappresentanti dei cittadini che li hanno eletti, la libertà di decidere secondo coscienza.
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