Così papà Gates educò Bill a guadagnar miliardi: «Rigore e acqua in faccia»

Il bicchiere, sulla tavola apparecchiata, era mezzo colmo di acqua bella fresca. Il moccioso continuava a rimbeccare sua madre Mary. Erano giorni che la storia si ripeteva, sempre lo stesso capriccio, gli stessi mugugni. William, il padre, seduto a capotavola, con i suoi due metri di altezza e un corpo che metteva in ombra tutta la famiglia, capì che era arrivato il momento giusto. Prese il bicchiere, lo inclinò di quel poco che servisse e riempì di acqua fresca gli occhi, la bocca, il naso di quello sfacciato di Bill, il figlio, suo figlio. «Grazie per la doccia!» fu la risposta indisponente del marmocchio. Un fotogramma, un flash, una memoria da diario. William Gates, oggi di anni ottantatré, ha scritto un libro di ricordi sulla famiglia, su Bill: «Tutti i difetti di Gates» il titolo, «Showing up Gates» in originale, roba grossa a smascherare l’uomo più ricco del mondo, il ragazzo prodigio, lo studente occhialuto e geniale ma con qualche marachella alle spalle. Aveva undici anni, Bill Gates, quel giorno della doccia imprevista e improvvisa ma già meritava di finire nel cestino, non del computer.
Aveva un carattere ribelle, la fotografia da repertorio dell’album di famiglia lo mostra con una faccia da schiaffi, il ghigno sfottente, anzi strafottente, ma con due incisivi in meno, souvenir di un parapiglia tra coetanei non certo di quel bicchiere di cold water che gli aveva rinfrescato le idee e chiuso la bocca. Il ragazzo veniva su maluccio, sua madre, insegnante scolastica e presidente della Washington Way Indipendent doveva tenere a bada altre due pupe, Jennifer e Kathryna e, soprattutto, il marito William con tutta quella cubatura appresso. Bill non sopportava né l'uno, né l'altra; a scuola, maestre e professori ribadivano che lo scolaro era svogliato, aveva troppe paturnie.
Così, malvolentieri, un giorno Mary e William decisero di consultare uno psicologo. Il parere del medico fu il trionfo di Bill, i genitori avrebbero dovuto mollare le briglie, evitare il contenzioso, dare libertà al ragazzino che si sentiva giustamente oppresso da una educazione severa e dalla «fisicità» di papà e mamma. Bill cambiò aria e scuola, dalla pubblica alla privata, a nord di Seattle. Fu così che nel giro di due anni Bill Gates prese a crescere non soltanto nei centimetri, non arrivando comunque alla stazza paterna, e nel cervello. Era il tempo degli elaboratori come si chiamavano ancora le macchine che portavano a sviluppare dati, cifre, coordinate. Bill e la sua brigata presero a noleggio un marchingegno marca General Electric, nome DEC PDP-10, non chiedetemi altro.
Fu l’inizio dell’avventura che ha portato a quello che il resto del mondo, da Seattle in giù, conosce. In verità si è venuto a sapere anche che Bill amava giocare a poker, le ore notturne erano dedicate alla scala, al tris e al bluff; di giorno, invece, il tavolo da verde ritornava grigio o bianco sporco, il colore dei primi computer, grandi come i televisori in bianco e nero dell’altro secolo. Da cosa nasce cosa, anzi molto di più, considerato che oggi il cinquantaquattrenne Bill Gates, sposato con Melinda, non ha dimenticato la propria infanzia screanzata; infatti ha limitato l’uso del computer ai figli, vietata la libera navigazione: massimo 45 minuti su internet. Bill Gates vale 45 miliardi di euro, è impegnato in opere di beneficenza, vive in dimore colossali e se qualcuno avesse voglia di farsi un giro, ovviamente virtuale, nella casetta di Seattle scoprirebbe ad esempio che, oltre ai ventiquattro, in cifre 24, bagni e alle sei (6) cucine si può ascoltare la musica anche sott’acqua, nuotando nella piscina e che ogni ospite viene dotato di special card che ti fa individuare al millesimo di secondo dove ti trovi, ti illustra dove puoi andare, anche se hai bisogno di un bicchiere d'acqua evitando di chiedere aiuto a papà William. In una delle stanze, nel totale di ventimila metri quadrati, dovrebbero essere esposti i disegni originali di Leonardo da Vinci, pagati da Gates 30,8 milioni di dollari. Non so se nella biblioteca, tra i mille tomi, risulti anche una copia del giornalino di Gian Burrasca. Qualsiasi riferimento sarebbe puramente voluto.