Così Parigi va a caccia di aziende italiane

Tra le «prede» energia, credito e alimentari. Nel 2005 saliti gli acquisti all’estero (+157%)

Massimo Restelli

da Milano

Dalla grande distribuzione ai trasporti, dall’energia al mondo bancario, fino agli alimentari e alla moda: è l’esito della «campagna d’Italia» che in pochi anni ha portato la finanza francese a occupare alcuni gangli industriali dello Stivale. Una rete di interessi, degni per diversificazione del miglior fondo di investimento, di cui la scalata di Bnp Paribas su Bnl rappresenta solamente l’ultimo dettaglio.
Un blitz da 9 miliardi consumato in pochi giorni da Parigi, cui fa capo anche il 7% di Carifirenze, senza grandi alzate di scudi da parte della politica italiana o timori «nazionalistici» per il destino dell’ex banca del Tesoro. Così come per l’accordo da 850 milioni che ha consegnato Nextra, una delle principali realtà del risparmio gestito del Paese, al Crédit Agricole che è anche grande socio della controllante Banca Intesa. Armate transalpine giunte peraltro anche in Mediobanca (9% del capitale), considerata ai tempi di Enrico Cuccia il sancta sanctorum della finanza nazionale, e nel mondo dell’energia. Dove oltre a Edison, di cui il colosso pubblico Electricité de France controlla il 50% a fronte di un investimento da 3,7 miliardi, si contano i legami di Suez-Electrabel con Tirreno Power (una delle ex Genco Enel) e con Acea. Considerando il peso della svizzera Atel, Edf domina l’importazione di elettricità in Italia così come altri campioni transalpini hanno acquisito una posizione rilevante nell’alimentare e nella grande distribuzione. Una «colonizzazione» da quasi 30 miliardi che di recente ha visto Lactalis (già proprietaria di Invernizzi e Locatelli) comprare i prodotti Belpaese. Cui va aggiunto il passaggio di Sma dalla Rinascente ad Auchan e di Gs a Carrefour. Ma hanno passaporto francese anche realtà come Fiat Ferroviaria (Alstom), Fendi (Lvmh), Gucci (Pinault), Coin e Saeco (entrambe controllate dal fondo Pai) o BTicino (Legrand). Storie che traducono in vita quotidiana una statistica - rilanciata ieri dall’agenzia Apcom - secondo la quale nel 2005 lo shopping delle aziende francesi fuori dai confini nazionali ha raggiunto un controvalore di 60,6 miliardi, per una crescita del 157 per cento. Impennata che stride quando si scopre che, per contro, gli affari conclusi dagli stranieri nella patria di Colbert si sono contratti del 44%, a 25,4 miliardi.
Una disparità di accoglienza che, prima dell’Enel, hanno conosciuto altri gruppi italiani che hanno tentato di penetrare la Bourse come dimostrano la scalata su Sgb di Carlo De Benedetti, gli sforzi degli Agnelli verso Perrier o il recente interesse del Sanpaolo per la franco-belga Dexia. Il risultato è stato circoscrivere la «contropartita» italiana attorno a pochi campioni nazionali come Italcementi (cui fa capo Ciments Français), Rcs (Flammarion) o Assicurazioni Generali.