Così il «partigiano» armato eliminò il rivale in amore

Gentilissima dottoressa Cascino, ho appreso con viva soddisfazione da Massimiliano Lussana il 29-10 che lei continuerà a rendere pubblici episodi di giustizia sommaria post 25 aprile: fa bene al morale constatare che, in un’epoca di orgia resistenzialista, ci siano ancora persone come lei che non temono di riportare a galla un sommerso criminale, di cui furono vittime uomini e donne spesso innocenti e che 60 anni di storia faziosa e sfacciatamente di parte hanno cercato di coprire con una pietra tombale o, peggio ancora, contrabbandare per «atto supremo di giustizia popolare».
Nel breve tempo di una nostra conversazione, le accennai ad un caso di mia conoscenza che vide un «partigiano» eliminare a colpi di pistola un suo (possibile) rivale in amore, attribuendogli non so quali nefandezze fasciste, rivelatesi poi del tutto infondate, come accertò la Corte che lo condannò a circa 15 anni di reclusione. Naturalmente la pena non venne mai scontata, in quanto i compagni ... si affrettarono a trovargli un comodo e sicuro rifugio nell’ospitale Cecoslovacchia, da dove faceva frequenti puntate a Cuba per misteriose (mica tanto) missioni.
Dopo molti anni lo incontrai, spavaldo e sorridente, in una via del centro, ma per fortuna non venne mai eletto senatore!
Credo che lei, di storie come questa, ne conosca più di una, ma se le interessa svolgere un’indagine più approfondita, le posso dire che il nostro eroe di chiama (se è ancora vivo) Carlo Cremonini e abitava a Marassi.
I miei ricordi sul fatto, stante la mia giovane età di allora, non vanno oltre quanto le ho scritto, ma se lei ha la possibilità di accedere agli archivi del Tribunale di Genova, potrà trovare tutti gli elementi utili per narrare una storia emblematica di quel periodo.
Restando a sua disposizione per eventuali precisazioni, la saluto cordialmente.