Così la partita fra scienza e calcio finisce zero a zero

Perché il campionato dovrebbe vincerlo la squadra migliore, se ha soltanto il 28 per cento di probabilità di farlo? Non sarebbe più giusto se i migliori avessero il 51 per cento di probabilità, cioè la maggioranza assoluta, anticamera della monarchia costituzionale tipo Ajax anni Settanta? Del resto le regole del calcio, secondo un dotto studio di John Wesson, sono state stabilite in modo tale da mantenere basso il numero di gol, quindi per favorire i più deboli. Se poi aggiungiamo che dribblare costa il 7 per cento in più di dispendio energetico rispetto alla semplice corsa, mi spiegate perché il Milan ha acquistato Zlatan Ibrahimovic invece di Simone Tiribocchi e il Barcellona non propone alla Lazio lo scambio fra Lionel Messi e Cristian Brocchi? Direte, sono i misteri del pallone. Invece no, è La scienza nel pallone, il saggio scritto da Nicola Ludwig e Gianbruno Guerrerio (Zanichelli, pagg. 176, euro 10,50). Sta al lettore decidere se «nel pallone»sia da intendere come «dentro il pallone», cioè dentro quell’oggetto a forma di icosaedro troncato e opportunamente gonfiato che fa palpitare i cuori dalla Finlandia alla Patagonia, oppure come espressione idiomatica che sta per «andare in confusione».
Proponendosi di svelare i segreti del gioco più popolare al mondo usando la fisica e la statistica, i due autori, oltre a rischiare l’interdizioni dai pubblici Bar Sport dell’universo mondo, dove, se tutti ragionassero come loro, non ci sarebbe più nulla di cui discutere intorno a un caffè o a un bianchino, si fanno un bel po’ di nemici fra gli addetti ai lavori. Primi fra tutti, i portieri, Yashin, Albertosi e Buffon compresi. I quali, 937 volte su mille si comportano da perfetti idioti, tuffandosi in anticipo sulla battuta nel tentativo di parare un rigore. Se non lo facessero, la probabilità di successo dei poveri tapini salirebbe dal 15 al 33 per cento. Al secondo posto nella black list di di Ludwig e Guerrerio c’è chiunque abbia sbagliato almeno un rigore nella vita, Pelè, Rivera, Maradona e Platini compresi: tutti fuoriclasse, è vero, ma sonoramente bocciati in matematica, visto che è sufficiente far viaggiare la sfera alla velocità di 28 metri al secondo per buttarla dentro. La rapida consultazione della calcolatrice sentenzia che fanno 100,8 chilometri orari, una bazzecola rispetto al calcio di punizione record con cui l’armadio olandese Ronal Koeman regalò al Barcellona, stroncando la resistenza della Sampdoria, la Coppa dei Campioni del 1992. Ma nemmeno gli arbitri la fanno franca, ovviamente. È stato infatti provato al di là di ogni ragionevole dubbio (?!) che, corrotti od onesti che siano, i direttori di gara tendono a fischiare di più quando l’azione si sviluppa da destra a sinistra. A quanto pare è un loro difetto costituzionale, come vedere il fuorigioco del tuo centravanti e non vedere il fallo dell’altrui terzino.
Insomma, questo calcio da laboratorio, fra un’ala che s’invola sulla fascia tenendo ben fisso lo sguardo sulla «variazione incrementale» della sfera, proprio alla maniera dei pipistrelli che mettono una zanzara nel mirino, e un colpo di tacco del dottor Sócrates (riposa in pace, caro Dottore) sferrato replicando la tecnica di un cavallo che scalcia, è affascinante come uno zoo pieno di attrazioni che lo spettatore-bambino non si sogna neanche. Mentre Totti e Pirlo si apprestano a calciare in porta, per esempio, noi pensiamo che la magia prossima a scatenarsi risieda nei loro piedi. Sbagliato: la magia è invece nell’effetto Magnus, dottamente illustrato dal commentatore di Sky Fabio Caressa in un frammento televisivo cult, dal cognome del chimico e fisico tedesco Heinrich Gustav Magnus (1802-1870). Sia «il cucchiaio» del romanista, sia «la maledetta» dello juventino, che l’ha copiata dal brasiliano Juninho Pernambucano, scaturiscono dal lavoro invisibile dell’aria. I «pendoli doppi», pardon, le gambe dei due campioni si limitano a «tagliare» su misura l’effetto desiderato, affidandosi per il resto al buon cuore degli «estremi difensori».
Leggere La scienza nel pallone non serve a migliorare le proprie prestazioni calcistiche, ma soltanto a capire che cosa le rende ciò che sono. Tutto questo, ovviamente, al netto delle famose «motivazioni» oggi tanto in voga. Ma non al netto della pratica, assai più importante della grammatica, secondo il vecchio detto. E anche secondo il Barone Nils Liedholm. «In dieci contro undici - argomentava il sommo Liddas suscitando i risolini degli ignoranti - si gioca meglio». Ed è proprio così. Se il numero dei giocatori diminuisce, il tempo di azione del singolo aumenta, favorendo azioni più lunghe e un gioco più lento. Per questo, narra la leggenda, la prima volta che Liedholm vide giocare Paulo Roberto Falcao si commosse. Aveva sotto gli occhi la prova provata che il calcio è la scienza applicata più esatta e divertente.