Così il Pd è diventato la trappola per Prodi

In un libro del "Giornale" da oggi in edicola, i due
anni di manovre e trappole che hanno segnato
la gestazione del partito destinato a indebolire il Prof<br />

Per dare un'idea ai lettori di ciò che doveva essere il Partito Democratico nella mente dei suoi inventori e ciò che, invece, è diventato nel corso dei suoi due anni di gestazione è sufficiente rileggere ciò che ha detto Arturo Parisi, che di certo è considerato uno degli ispiratori del progetto. Siamo nei giorni che precedono il grande appuntamento del 14 ottobre, quando una kermesse pianificata fin nei minimi particolari consegnerà a Walter Veltroni lo scettro di leader del Pd. Di fronte ad un appuntamento di così grande portata, atteso più di un figlio e intorno al quale si sono consumate risse, scissioni e una lotta per il potere neanche troppo sotterranea, sarebbe logico pensare ad un entusiasmo dilagante e contagioso: è stata dura ma ce l'abbiamo fatta. Invece non è così. La battaglia per guidare il nuovo partito ha lasciato sul campo morti e feriti. Chi, come Parisi, ha speso tutto se stesso per cucire intorno a Prodi l'unico vestito di cui era privo per poter acquisire il massimo potere possibile, cioè un partito, che per giunta sarebbe stato frutto della fusione dei due partiti più grandi del centrosinistra (Ds e Margherita), oggi non può accettare che ad indossare questo abito di sartoria non sia il Professore, ma il giovane (mica poi tanto) Walter. È per questo che Parisi, avvicinato dai giornalisti che gli chiedono se sia amareggiato, risponde: «Se avessi la libertà di linguaggio di Beppe Grillo, la parola giusta ce l'avrei. Finisce in "ato" ma vi assicuro che non è "amareggiato"».
Lasciamo ai lettori il gusto di trovare la parola esatta cui pensava Parisi (che forse non amerà più tanto Prodi, anche se di certo lo considera migliore di tutti gli altri), ma di certo il Partito Democratico, nonostante i proclami di tutti i protagonisti e, seppure a denti stretti, dello stesso Prodi, non nasce sotto una buona stella. D'altra parte, ogni singolo passo del percorso che ha portato verso questo nuovo soggetto politico è stato caratterizzato dai continui segnali d'allerta lanciati ora da esponenti dei Ds, preoccupati dal rischio di cancellare con un colpo di spugna la storia e la tradizione post-comunista, ora dalla diffidenza di interi settori della Margherita, letteralmente terrorizzati dalla prospettiva di finire stritolati dalle spire della tradizione socialdemocratica, che in Europa vuole dire entrare nel Gruppo del Pse e perdere repentinamente quel poco di tradizione cristiana che rimaneva nella sinistra Dc.
Il piano di Prodi era invece molto più terra terra, seppure diabolico: cancellare due partiti solidi e ben rappresentati, fonderli come se nulla fosse in un unico soggetto politico e prenderne possesso con una leadership che appariva indiscussa fin dall'inizio. Il progetto cominciò a prendere corpo il giorno delle Primarie, quel 16 ottobre 2005 che incoronò il Professore leader del centrosinistra. Veri o gonfiati che fossero, quattro milioni di voti erano un numero sufficiente, una dote non indifferente, tale da concedere a Prodi una marcia trionfale. Una marcia che però ha perso tutta la sua spinta propulsiva proprio nel giorno delle politiche, quando l'Unione ha vinto per poche migliaia di voti alla Camera, perdendo per 250mila voti al Senato, ma riuscendo miracolosamente a portare a Palazzo Madama due senatori in più, appena sufficienti al governo per galleggiare, ma non per governare. Il quasi pareggio ha di fatto consegnato alla sinistra un Prodi dimezzato, visto come il vero sconfitto, mentre Berlusconi viene considerato vincitore morale delle elezioni, dal momento che anche i sassi, oltre che perfino gli exit poll, prevedevano perdesse con uno scarto di almeno cinque punti. Se il Professore, con tutti i dubbi del caso, è riuscito a conquistare Palazzo Chigi, proprio con l'esito delle Politiche ha cominciato inesorabilmente a perdere la leadership del Partito Democratico. Alle sue spalle si allungava già l'ombra di Walter Veltroni, il suo vice nel governo del 1996, colui che negli ultimi sei anni si è rifugiato fra i monumenti di Roma per un lavacro che lo avrebbe presentato ai più, soprattutto a coloro che non conoscono la decennale storia politica del sindaco della capitale, come un politico nuovo. E più l'ombra di Walter si faceva minacciosa, più Prodi invitava a fare presto, frustava i suoi, Parisi in testa, affinché corressero, bruciassero le tappe per la nascita del Pd, evitassero la designazione ufficiale di Veltroni.
Tutti sanno com'è andata a finire: Prodi è rimasto sconfitto nella sua personalissima corsa contro il tempo. Il capo del Partito Democratico sarà Walter Veltroni. E questa soluzione la si conosce da quando, alla fine di giugno, al Lingotto di Torino il sindaco di Roma ha sciolto la sua riserva, consegnando alla sinistra non la sua idea di Pd, ma la sua idea di governo. E qui sta il problema. Sorvoliamo sui contenuti del discorso di Walter, un frullato di buone intenzioni (tutto e il suo contrario) che non sembrano voler tenere conto che i suoi alleati di domani saranno quelli che Prodi ha oggi e che tanto lo fanno disperare: Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi. Come Prodi egli dovrà cercare i voti di Bertinotti, Diliberto, Pecoraro Scanio, Caruso, Wladimir Luxuria, Giordano, Mussi, Salvi, Turigliatto e compagni. Ma in questo momento il problema non è come riuscirà Veltroni a governare, ma quando deciderà di liquidare Prodi per prenderne il posto. Palazzo Chigi è assediato, i sondaggi sono impietosi, il Paese è in rivolta, Prodi ha una maggioranza che si regge sul filo, ma di un rasoio, ed è comprensibile che Veltroni non voglia fare l'azionista di maggioranza di un esecutivo da troppo tempo in perdita. Da capo del Pd rischierebbe piano piano di morire di luce riflessa proprio per causa di Prodi.
Ecco perché Walter ha fretta. Ecco perché il sindaco capitolino piace sempre più ai burocrati di sinistra che confidano in lui per salvare le proprie carriere politiche dal naufragio di Prodi. I compagni di Veltroni sono tentati subito dopo il 14 di ottobre, giorno della designazione di Veltroni, di decretare la fine dell'attuale governo, mandare il Professore a casa e spedire di filato il sindaco di Roma dal Campidoglio direttamente a Palazzo Chigi. Sebbene lo stesso Veltroni assicuri che mai accetterà una presidenza del Consiglio che non passi per una designazione popolare, di fatto Prodi ne esce assolutamente e irrimediabilmente delegittimato. E con lui il suo governo, che già versa in uno stato comatoso. È questo il «miracolo» compiuto dal Pd: spazzare via l'ultimo velo di legittimità di un governo che - eletto senza un consenso pieno - è stato costretto a governare tra voti di fiducia e colpi di mano.
Liquidata l'apparenza di legittimità resterà solo un partito nato da una fusione fredda: una scatola vuota che ex pci ed ex dc vorrebbero utilizzare come Arca di Noè per fuggire dal diluvio dell'antipolitica. Del Pd non si conoscono i programmi, ma del sul futuro leader si conoscono benissimo le straordinarie capacità trasformistiche. Il Partito democratico nasce male, perché calato dall'alto, senza la possibilità che la base possa dire nulla. Mussi e Salvi sono due nostalgici del comunismo, ma è difficile dar loro torto quando parlano di oligarchia, di perdita della vecchia e sana ideologia socialista e di partito delle segreterie. Qui, accusano, non ci sono ancora i contenuti e già tutti si accapigliano sulle cariche. In effetti, a leggere la cronistoria di due anni di tragitto verso il Partito Democratico, ci si imbatte in una sterminata serie di liti, dispetti, scissioni, ripicche, offese. E tutto per poter dare un partito a quello stesso Romano Prodi che invece l'ha già involontariamente consegnato nelle mani di Veltroni.
Ecco perché Parisi confessa di essere «...ato», ecco perché, come Medea, preferisce vedere morto il suo Pd, considerato come un figlio, pur di non darlo in discendenza a Giasone-Veltroni. Parisi era partito con Prodi per suonare e finì suonato. Come sarà facile capire leggendo questo libro.
Maurizio Belpietro