Così Di Pietro ha creato la sua Italia del mattone

Prestanomi e quattro milioni: il leader di Idv ha case in tutto il Paese e persino in Bulgaria. <strong><a href="/a.pic1?ID=319532">Le rivelazioni di Mautone</a></strong>

Massimo Malpica - Gian Marco Chiocci

Dall’inchiesta di Napoli - di cui aveva «avvisaglie» quando solo i pm dovevano sapere - ai rimborsi elettorali gestiti «in famiglia», dai rapporti con Mautone negati ma apparentemente amichevoli al tempo in cui il provveditore era già stato «rimosso» dopo le chiacchiere con Cristiano, sono tante le domande a cui Antonio Di Pietro non risponde. Tra queste, anche quelle sul suo «portafoglio immobiliare».

Un tesoretto in mattoni tra l’estero e mezza Italia. Deve avere risparmiato molto Di Pietro per comprarsi tutte queste case. La questione è sbarcata pure alla procura di Roma, che poi lo ha assolto, insieme alla vicenda della gestione dei rimborsi elettorali sollevata dal cofondatore dell’Idv, Mario Di Domenico. Di Pietro avrebbe acquistato immobili con i soldi del finanziamento al partito, e avrebbe riaffittato alcuni di questi proprio all’Italia dei Valori. Un comportamento che i pm stigmatizzarono, ma che non ebbe seguito penale. Sulla vicenda, e su quelle compravendite, Di Domenico ha rilanciato con esposti, e gli atti su gestione finanziaria e immobiliare sono ora in fascicoli aperti in quattro procure italiane, tra cui quella di Brescia.

Il tour del «Di Pietro real estate» non può che cominciare da un acquisto pieno di anomalie. Un appartamento di 178 metri quadrati nel centro di Bergamo, comprato grazie alle cartolarizzazioni dell’Inail, il cosiddetto «Scip 2». Sul caso, è appena arrivato in procura a Napoli un esposto-denuncia che chiede di far luce da un lato sui rapporti tra l’ex provveditore Mautone e lo stesso Antonio Di Pietro, e dall’altro quelli tra Mautone e Romeo, che gestiva con la sua società proprio le cartolarizzazioni dell’Inail (Scip1 e Scip2) tramite le quali l’ex pm si comprò la casa bergamasca.
Va detto che Di Pietro all’inizio criticò la scelta di dismettere il patrimonio delle case dell’Inail, arrivando a firmare una proposta di legge perché il valore di quegli immobili fosse messo a frutto degli invalidi sul lavoro, salvo poi procedere lui stesso a comprarne uno con modalità ancora da chiarire. Era l’estate del 2004, l’ex «collega di partito» Di Domenico aveva diffidato Tonino e la tesoriera dell’Idv Silvana Mura dal proseguire nell’uso «non associativo» dei soldi del partito.

Eppure proprio quell’anno alla società di cartolarizzazione Scip arriva una proposta di acquisto per l’appartamento di via Locatelli a Bergamo. Per legge Di Pietro, che era parlamentare europeo, e che prima del perfezionamento dell’acquisto sarebbe sbarcato in Parlamento (aprile 2006) non poteva comprare, in quanto amministratore pubblico. Infatti a presentare l’offerta per la cartolarizzazione è Claudio Belotti, compagno della Mura, e con lei componente del cda Antocri, la società immobiliare «di famiglia» amministrata da Tonino, che prende il nome dai tre figli dell’ex pm Anna, Toto e Cristiano. E la Mura, insieme a Tonino e alla moglie di questi Susanna Mazzoleni, gestisce anche l’associazione Italia dei Valori, quella che incassa i rimborsi elettorali al posto del «movimento-partito» Idv.

Il 1° ottobre 2004 viene pubblicato il bando per l’acquisto della casa. Il 10 novembre arriva l’offerta di Belotti: 204.085 euro, 20mila depositati subito come cauzione. Il Tar boccia la proposta di acquisto per «irregolarità formali» e assegna l’appartamento alla Bergamo House Unipersonale srl, seconda aggiudicataria. Belotti ricorre al Consiglio di Stato, e curiosamente all’udienza dell’11 gennaio 2005 non si presentano né l’Inail né la società di cartolarizzazione né l’aggiudicatario subentrato né l’avvocatura dello Stato. Se a firmare la proposta fosse stato Di Pietro, o se fosse stato noto che il compagno della Mura era un prestanome, il giudice amministrativo avrebbe dovuto comunque respingere il reclamo, ai sensi dell’articolo 1471 del codice civile: «Non possono essere compratori, nemmeno all’asta pubblica, né direttamente né per interposta persona, gli amministratori dei beni dello Stato».

Ma a figurare è solo Belotti, e il ricorso viene accolto. Eppure gli assegni, cinque, con cui la casa viene pagata al momento della stipula portano la firma di Antonio Di Pietro (che appunto non avrebbe potuto comprare), ma il notaio nemmeno eccepisce che nel verbale di aggiudicazione il nome dell’acquirente era quello di Belotti (a nome suo, mica per conto dell’Antocri), né è quest’ultimo che compra e poi rivende al leader Idv. L’atto notarile è uno soltanto, ed è intestato a Di Pietro. Ultima sorpresa, il numero telefonico della linea installata in quella casa è lo stesso a cui un tempo rispondeva la tesoreria dell’Italia dei Valori.

Ma la casa di Bergamo non è certo la sola riconducibile a Di Pietro, ai suoi familiari e alla An.to.cri, società attivissima nonostante il capitale sociale iniziale di appena 50mila euro. C’è Curno, dove Tonino ancora pm comprò una villa, espandendosi nel 1994 con l’acquisto di un’altra casa adiacente di otto vani. Passando al 1995, il futuro leader Idv aggiunge alle sue proprietà un’immobile di 300 metri quadri a Busto Arsizio comprandolo con un mutuo all’80 per cento del valore, che poi girerà al partito.

Quando poi sbarca a Bruxelles, ecco una casa - due locali - anche nella capitale belga. La carriera non si ferma, le proprietà immobiliari procedono di pari passo. Di Pietro è ministro delle Infrastrutture, e nel 2002 mentre il mercato del mattone a Roma è alle stelle si assicura otto vani e 180 metri quadrati nel centro della capitale, al quarto piano di uno stabile di via Merulana. Prezzo 650mila euro, 400mila dei quali finanziati da un mutuo Bnl. Finita? Macché. C’è l’attico di Montenero di Bisaccia: 173 metri quadri poi portati a 186 grazie al condono edilizio del 2003, che Tonino cede a Cristiano. E poi, stesso anno, i 190 metri quadrati comprati a Bergamo, via dei Partigiani, quarto piano. Intestati agli altri figli, Anna e Toto. Quel giorno anche la moglie di Tonino acquista nello stesso palazzo un appartamento di 48 metri quadrati, sempre al quarto piano, oltre a due cantine e a un garage. Del 2004 è la compravendita - siglata Antocri - di una casa di 190 metri quadri (620mila euro) in via Felice Casati a Milano. E sempre Antocri compra (1.05 milioni di euro) dieci vani in via Principe Eugenio a Roma. Che diventa la sede dell’Idv, affittuaria del suo leader. Ancora nel 2005 la moglie di Di Pietro compra un appartamento e un ufficio in via del Pradello a Bergamo. Nel 2007 Tonino ristruttura la masseria di famiglia a Montenero (16 ettari tra eredità e acquisti). E poi c’è quel 50 per cento di quota che Di Pietro possiede nella Suko, società bulgara.

Il business del mattone frutta: in 7 anni Tonino ha investito 4 milioni di euro, e al netto dei mutui da estinguere ne ha incassato uno dalle vendite. Il fiuto per gli affari è chiaro, l’origine dei soldi investiti meno: di Pietro infatti dichiara al fisco meno di 200mila euro l’anno. E giura di non aver mai usato un euro del denaro dell’Idv.