«Così Prodi offende la memoria di Biagi»

Il sottosegretario Sacconi: «Ingiusta l’accusa di aver bruciato una generazione, i giovani faticano perché si atrofizzano sui diritti, non su doveri e responsabilità»

Sabrina Cottone

da Milano

Dici legge Biagi e subito vengono in mente manifestazioni di piazza, precari, contratti atipici. È il destino che insegue post mortem il giuslavorista assassinato a Bologna il 19 marzo 2002 proprio a causa del suo riformismo, del suo Libro bianco e della battaglia per la modifica dell’articolo 18, l’uomo accusato di «collateralismo» dalla sinistra e per questo condannato a morte dal fanatismo terrorista. «Il più delle volte si sono imputate alla riforma Biagi del mercato del lavoro colpe che non le appartengono» è la tesi centrale del libro scritto a quattro mani da Maurizio Sacconi e Michele Tiraboschi, Un futuro da precari?, edito da Mondadori. Due persone che Marco Biagi lo conoscevano bene, Sacconi da sottosegretario al Welfare, ministero con cui il professore collaborava strettamente, Tiraboschi docente di diritto del lavoro e editorialista del Sole 24Ore proprio come lui.
L’argomento è più che mai attuale in una campagna elettorale che accende gli animi e non risparmia i temi del lavoro e neanche il nome di Biagi, chiamato in causa dal candidato premier del centrosinistra. «Romano Prodi ha detto che Marco Biagi, con la sua riforma del lavoro, ha bruciato un’intera generazione. Chi ha lavorato con lui sa come questa sia un’affermazione offensiva, perché Biagi ha sempre considerato i giovani un importante riferimento» è l’accusa mossa da Sacconi durante il dibattito milanese in occasione della presentazione del libro. Un dialogo a più voci moderato dal direttore del Giornale, Maurizio Belpietro, e al quale hanno partecipato il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, l’amministratore delegato di Fastweb e ex direttore generale di Confindustria, Stefano Parisi, il rettore della Cattolica, Lorenzo Ornaghi.
E il libro è una specie di campagna di controinformazione sulla riforma di Marco Biagi, ricordato da Sacconi come «il terzo autore che non c’è più, idealmente il più importante». Un omaggio che non piace ai comunisti di Diliberto. «Sacconi, anche nella polemica con Prodi, continua ad usare strumentalmente il nome di Biagi per edulcorare i risultati negativi che la legge ha provocato sui giovani lavoratori italiani» si indigna il capogruppo del Pdci alla Camera, Pino Sgobio. La richiesta è perentoria: «La legge non va modificata ma cancellata».
Lungo la linea della flessibilità o del precariato «il Paese è spaccato in due» sostiene Parisi. L’ad di Fastweb osserva che «in molti ambienti prevale il concetto che la flessibilità e la propensione al rischio siano valori negativi» e che persino «i giornali borghesi sono contaminati da questa visione». Un punto di vista che segna la condanna della legge Biagi, difesa da Parisi come un pacchetto di provvedimenti «che crea un collegamento con il mercato del lavoro europeo» e con il merito di «aver dato risultati importanti nonostante finora abbia operato in un periodo di recessione».
Una delle idee forti del libro, rilanciata durante il dibattito, è che sia necessario ridisegnare il ruolo dei giovani, che arrivano troppo tardi sul mercato del lavoro, molto più tardi dei coetanei europei, e faticano enormemente a conquistare ruoli di peso nelle aziende. Ma la colpa, secondo gli autori, non è solo genericamente della società e del mercato, semmai di una cultura che atrofizza gli stimoli individuali. «Il messaggio ai giovani deve essere quello di cercare le responsabilità e il dovere, non i diritti, spesso pronunciati alla romana» è la provocazione di Sacconi. E anche Confalonieri «sgrida» i ragazzi italiani, colpevoli di «avere meno iniziative degli europei». E però, secondo Parisi, il problema dei giovani è anche «il tappo che creano gli anziani». Chiude Sacconi: «Che schifo mi ha fatto vedere i giovani manifestare con i loro aguzzini contro la riforma Moratti». Una conclusione che sembra l’incipit del prossimo libro...