Così il proporzionale ridurrà il potere dei partiti

Il male della prima Repubblica era l’instabilità di governo ma quello della seconda è la confittualità tra alleati

Alessandro Corneli

Preso a sé stante, il problema che i sistemi elettorali devono risolvere è uno solo: trasformare il numero dei voti (milioni) in seggi (centinaia). In teoria, e intuitivamente, la soluzione è semplice: al partito che prende il 35% dovrebbe spettare il 35% dei seggi; al partito che prende il 15% dei voti dovrebbe spettare il 15% dei seggi, e così via. Con un numero abbastanza elevato di seggi, tutti i partiti sarebbero rappresentati in modo proporzionale, eccetto quelli assolutamente marginali.
Differenza tra voti e seggi
Questo risultato si potrebbe avere se ci fosse una sola circoscrizione elettorale nazionale: tutti i voti ricevuti da un partito verrebbero sommati, si stabilirebbe la loro percentuale sul totale, ad esempio il 25%, e gli verrebbe assegnato, in questo caso, il 25% dei seggi: in una camera di 600 deputati, ne otterrebbe 150; se un altro partito ottenesse il 4% dei voti, avrebbe 24 seggi. Ogni partito, in questo caso, presenterebbe una lista unica nazionale di candidati, con due soluzioni possibili: sarebbero eletti nell’ordine di presentazione, fino a saturare la quota, oppure in base alle preferenze raccolte su tutto il territorio. Ma questo, in realtà, sarebbe un problema di ogni singolo partito, con la differenza, tuttavia, che nel primo caso risulterebbe preponderante il peso delle sue strutture centrali.
In realtà non avviene così perché il territorio nazionale viene diviso in circoscrizioni, a ciascuna delle quali viene attribuito, in base alla popolazione, un certo numero di seggi. Quindi il calcolo di ripartizione dei seggi avviene su base circoscrizionale, applicando sistemi di conteggio diversi, ma con un unico risultato: che si perdono comunque molti voti; alcuni partiti ci guadagnano, cioè mandano in Parlamento un numero di eletti percentualmente superiore a quelli che avrebbero avuti se fosse stata applicata in modo rigoroso una ripartizione in sede nazionale; e altri partiti, ovviamente, ci perdono. Questo squilibrio diventa più forte nel caso del sistema maggioritario con i collegi uninominali e a un solo turno, il seggio viene attribuito a chi ottiene la maggioranza (anche relativa) dei voti, e tutti gli altri voti dati agli altri partiti vengono perduti. Ad avvantaggiarsene sono i partiti maggiori. Per ridurre questo effetto, la legge attualmente in vigore in Italia - il “mattarellum” del 1993 - ha stabilito che i tre quarti dei seggi vengano attribuiti con il maggioritario e un quarto con il proporzionale, e questo ha consentito di dare una rappresentanza parlamentare anche ad alcuni partiti minori.
Distorsioni accettabili
Ogni sistema elettorale basato sulle circoscrizioni (o sui collegi uninominali) presenta quindi un indice di distorsione, vale a dire una discrepanza rispetto al modello in base al quale il numero dei seggi attribuiti a un partito dovrebbe essere rigorosamente proporzionato al numero dei voti ottenuti. Qualche raffronto numerico, senza entrare nello specifico dei meccanismi di conteggio, può chiarire la differenza.
Prendiamo il caso delle elezioni politiche (Camera) del 1976 che si svolsero con il sistema elettorale proporzionale vigente dal dopoguerra fino alla riforma del 1993, e osserviamo la relativa tabella dei risultati (vedi grafico in alto a destra).
Dall’esame della seconda colonna risulta che la media nazionale per ottenere un seggio era di 58.158 voti, ma due partiti - la Dc e il Pci - ottennero seggi con meno voti e gli altri partiti, più erano piccoli, più venivano penalizzati al punto che i Radicali, per ciascuno dei loro 4 seggi, ebbero bisogno di 98.150 voti.
La quarta colonna indica quanti seggi avrebbe ottenuto ciascun partito se fosse stata fatta una ripartizione in sede unica nazionale: come è facile vedere, ne avrebbero guadagnato i partiti più piccoli, che avrebbero avuto un numero di seggi proporzionato ai voti. In conclusione - ultima colonna - chi guadagnava con quel sistema erano la Dc e il Pci che, rispettivamente, ottennero 19 e 12 seggi più di quanto sarebbe loro spettato in una ripartizione nazionale. Tutto sommato, poca cosa, tant’è vero che l’indice di distorsione di quel sistema elettorale è stato calcolato nella misura del 4,60.
Prendiamo ora in considerazione le elezioni politiche (Camera) del 1996 svoltesi con la nuova legge elettorale introdotta nel 1993 in cui produssero effetti due elementi nuovi, uno politico (la desistenza) e uno tecnico (lo scorporo) e osserviamo i risultati (vedi grafico in basso a sinistra).
Penalizzati i piccoli
È facile constatare come il nuovo sistema abbia sconvolto i dati relativi al numero medio di voti necessari a ogni singolo partito per ottenere un seggio (seconda colonna) e come abbia fatto aumentare la distanza tra partiti che hanno guadagnato e partiti che hanno perso seggi rispetto a una ripartizione in proporzione alla percentuale di voti ottenuti. Il risultato premiò i partiti di sinistra, che complessivamente ottennero il 43,3% dei voti (contro il 44% della destra, Lega esclusa) ma guadagnarono 37 seggi in più di quanti sarebbero loro spettati in base ai voti raccolti. Le liste più avvantaggiate furono la Lista Prodi e i Ds. L’indice di distorsione, con il nuovo sistema elettorale, fu quindi più che doppio rispetto al vecchio modello proporzionale.
Se poi passiamo alle elezioni politiche del 2001 (Camera), questo indice è ancora aumentato, passando a 11,25 (vedi grafico in basso a destra). A guadagnare, in termini di seggi, sono stati, nell’ordine, i Ds (+32), An (+23) e l’attuale Udc (+20). Da notare che nel 2001 Rifondazione comunista, presentandosi da sola, fu molto più penalizzata (-20), mentre la Lega (+6 nel 2001) è abbastanza indifferente al sistema e, di fatto, non si è opposta alla prospettiva di un ritorno al proporzionale. Rifondazione, invece, è incollata alla prospettiva unionista di Prodi. Ma è naturale che ciascun partito cerchi di ottenere i maggiori vantaggi possibili dal sistema elettorale.
Riassumiamo ora i dati in base all’indice di distorsione, riportati nel piccolo grafico, sotto la fotografia.
Non sembra dunque che ci possano essere dubbi su quale sistema - proporzionale o maggioritario - rappresenti meglio, a livello di seggi, l’effettiva consistenza elettorale dei partiti.
Accordi preelettorali
Il punto critico del sistema elettorale attualmente in vigore in Italia è che i risultati in termini di seggi sono fortemente influenzati dagli accordi politici pre-elettorali. Nel 1996, il centrodestra perse perché mancò l’accordo con la Lega; nel 2001, il centrosinistra perse perché mancò l’accordo con Rifondazione e altri. Ciò spiega perché, in vista delle elezioni del 2006, entrambi gli schieramenti cerchino di fare il pieno, di concludere il maggior numero possibile di alleanze in quanto i voti marginali dei partiti più piccoli risultano determinanti nella quota maggioritaria. Ma questi partiti più piccoli vogliono garanzie sul numero finale dei loro eletti, e questo rende complicate le trattative in quanto i partiti maggiori non vogliono essere «portatori d’acqua».
Da questo si deduce che non è vero che l’attuale sistema abbia ridotto, in una certa misura, il potere dei partiti, e che questo tornerebbe preponderante se si adottasse il sistema proporzionale. L’attuale sistema ha invece moltiplicato ed esasperato il potere dei partiti, allontanando per di più la loro consistenza parlamentare dal voto popolare. Quella che nella “prima Repubblica” era l’instabilità governativa (più apparente che reale), nella “seconda Repubblica” è diventata una instabilità (o una conflittualità permanente) all’interno delle coalizioni, intorno alle quali gravita uno sciame di piccoli partiti. L’eventuale ritorno al proporzionale avrebbe l’effetto di un censimento, ristabilirebbe un rapporto corretto non solo tra partiti ed elettori ma anche tra i partiti, riducendo il ruolo di alcune segreterie personalistiche e inducendo una maggiore calma nella dialettica politica.
I correttivi al proporzionale
Per non perdere i benefici del bipolarismo e dell’alternanza, che vengono attribuiti, con qualche forzatura, al sistema elettorale maggioritario, basterebbe il premio di maggioranza, che altro non è che un correttivo maggioritario applicato al proporzionale ai fini della governabilità (si vota perché alcune forze governino), e sarebbe inoltre un fattore di chiarezza ex ante per gli elettori che non sarebbero più solo di fronte a cartelli elettorali.