«Così il Ps francese vuole infangare Sarkozy»

«Avevamo deciso di spaventare l’elettorato, presentando Nicolas come una persona instabile, autoritaria, antisemita»

nostro inviato a Parigi

È il dissidente più famoso di Francia. Fino a febbraio era il primo consigliere economico di Ségolène Royal, ora è un convinto sostenitore di Nicolas Sarkozy. I suoi attacchi, furibondi ma motivati, hanno danneggiato non poco la candidata socialista. Ora va oltre e rivela che la campagna di demonizzazione del leader neogollista è stata pianificata a tavolino dal Partito socialista diversi mesi fa. Un'operazione, raggelante, da Grande Fratello orwelliano.
Eric Besson sa di cosa parla: ha partecipato in prima persona al complotto, inventando alcuni degli slogan infamanti affibbiati a «Sarko». Lunedì ha raccontato tutto, sfogandosi dapprima ai microfoni di una radio, poi dal palco del comizio elettorale svoltosi a Digione.
Il piano venne elaborato nell'autunno del 2006. «Già allora il vertice del partito socialista si rese conto che Ségolène non sarebbe mai riuscita a battere Sarkozy in un confronto trasparente e leale». L'immagine della Royal era vincente, come testimoniano i sondaggi di allora; mancava tutto il resto: un programma, un'identità, una visione del futuro. E allora bisognava turbare la campagna elettorale. Come? Screditando il rivale. «Decidemmo di far paura ai francesi, dipingendo Sarko come una persona instabile, impulsiva, autoritaria; insomma una minaccia per la Francia», ha spiegato ai microfoni dell'emittente Rtl. «L'ordine fu di trasformare l'elezione in un referendum pro o contro Sarkozy, facendo apparire Ségolène come la scelta migliore per il Paese, rassicurante e moderata». Insomma, la salvezza contro un pericoloso populista.
In pochi giorni, alcuni attivisti del partito socialista passarono al setaccio la carriera del presidente dell'Ump e in particolare le sua attività di ministro degli Interni, estrapolando gli episodi che potevano esseri usati contro di lui, senza alcun riguardo per la verità. Un solo criterio veniva seguito: l'arbitrio. Fango, fango, tanto fango. Lo stesso Besson contribuì all'opera. Fu lui infatti a firmare l'introduzione del primo libello, pubblicato su Internet in gennaio, con il titolo «L'inquietante signor Sarkozy», in cui Nicolas veniva descritto come «un neoconservatore americano con passaporto francese», repressivo, pericolosamente in sintonia con Le Pen ma al contempo «amico dei fondamentalisti islamici»; infine velatamente antisemita. Un'esagerazione, un'infamia, quest'ultima, perché la madre di Sarkozy ha origini ebraiche. Besson se ne rese conto e, mortificato, scrisse una lettera di scuse al candidato Ump. Fu l'inizio della sua conversione politica, maturata pochi giorni dopo.
Oggi l'ex consigliere socialista si dichiara «profondamente pentito del suo comportamento» e per questo deciso ad «espiare il peccato» in pubblico. Qualcuno sospetta che la sua uscita non sia disinteressata ovvero che possa essere stata suggerita dagli strateghi di Sarkozy. Certo di buon gusto non è, anche perché formulata platealmente durante un comizio elettorale; ma le rivelazioni appaiono plausibili. L'evoluzione della campagna elettorale dimostra che la strategia della demonizzazione non è mai stata abbandonata dagli strateghi di Ségolène: la sinistra si è mobilitata all'insegna del «chiunque fuorché Sarkozy», molti francesi continuano ad aver paura del leader neogollista e Libération una settimana fa titolava a tutta pagina: «L'inquietante signor Sarkozy». Che coincidenza, è lo stesso titolo del pamphlet di gennaio.
Una fonte vicina al partito socialista avvalora il quadro descritto da Besson. «Il problema è che buona parte dei dirigenti al vertice del partito sono di formazione trotzkista e stalinista - confida al Giornale - e sebbene non credano più al comunismo certe logiche sono immutate: nell'arte della diffamazione hanno pochi rivali».