Così Quattrocchi fu ucciso in Irak. Ecco i verbali

I "colleghi" dell’italiano ucciso interrogati a Bari per l’inchiesta sugli arruolamenti. A condannarlo forse i file di un pc. I ribelli iracheni lo credettero un agente israeliano

Un file "israeliano" dietro la morte di Quattrocchi. Nei corposi faldoni dell’inchiesta della Dda di Bari sui "mercenari" italiani in Irak conclusasi con la richiesta di rinvio a giudizio per Salvatore Stefio - uno dei "contractors" sequestrati insieme a Fabrizio Quattrocchi - emergono nuovi retroscena che portano a ridisegnare l’imboscata di Bagdad. Proprio la lettura dei verbali dei due compagni di viaggio di Quattrocchi, Umberto Cupertino e Maurizio Agliana sollevano nuovi interrogativi sull’uccisione del coraggioso bodyguard che in punto di morte pronunciò la frase "ora vi faccio vedere come muore un italiano".

Non parlando una parola di inglese, essendo l’unico armato e avendo un badge rilasciato dal comando inglese, Quattrocchi si ritrovò ad essere accusato di "collaborazionismo" con il nemico americano. Il contractor genovese venne così assassinato perché non riuscì a dimostrare di essere estraneo al computer (di Stefio) con riferimenti a corsi d’addestramento in Israele, e perché non convinse il "sequestratore maghrebino che parlava italiano" che la sua attività dal 2003 in Irak era quella di uomo-scorta e non di mercenario al soldo degli Usa. 

Stefio aveva un pc
Parla Agliana: «In relazione alla morte di Fabrizio e al nostro sequestro in Irak ricordo che Salvatore Stefio, solo lui, si era dietro portato un pc portatile. Dentro c’erano i dati e l’attività della società Presidium. Il computer è stato preso dai sequestratori che lo hanno aperto ed hanno analizzato i files (...) e da uno di questi hanno saputo che la società Stta di Gianpiero Spinelli (amico di Stefio, compaesano di Cupertino, responsabile del “reclutamento” dei quattro italiani in Irak e per questo indagato dalla procura di Bari, ndr) aveva utilizzato degli istruttori anche israeliani per organizzare corsi d’addestramento. Spinelli era stato in Israele a seguire un corso di addestramento e aveva stretto rapporti commerciali con gli istruttori (...)».

Il maghrebino
Ancora Agliana: «Fra i nostri sequestratori c’era un magrebino che ci avvicinava da solo, a volto scoperto, ostentatamente parlava italiano (...) ci fece rilevare quel particolare legame con Israele. Il maghrebino ci disse anche che per noi era un problema che avrebbe ostacolato la nostra liberazione. Stefio cercò di convincerlo che si trattava di un file riguardante un’altra società, non credo però sia riuscito a convincerlo. Quando fummo catturati, vennero fatti due interrogatori a Stefio e Quattrocchi, io e Cupertino non fummo interrogati. Quattrocchi, quando venne fermato, aveva il porto d’armi inglese, il badge, il giubbotto antiproiettile, era l’unico armato. Stefio era l’unico di noi che parlava inglese correttamente e ha fatto da interprete anche nell’interrogatorio di Fabrizio. Per primo è stato sentito Stefio il quale ha fatto da garante anche per noi, insieme abbiamo deciso che avrebbe parlato per primo lui. Prima dei due interrogatori di Stefio e Quattrocchi è stato ripreso il primo video con tutti e quattro. La nostra linea difensiva consisteva nell’ammettere le mansioni di sicurezza, sottolineammo però tramite Stefio che ci trovavamo a Bagdad da poco, circostanza però non sostenibile per Quattrocchi. Sul suo passaporto, esaminato dai sequestratori come il nostro, sicuramente c’era traccia del suo arrivo in Irak, nel novembre 2003 (...). Sul passaporto di Stefio, invece, ci sono sicuramente sicuramente visti per la Nigeria (era security manager per General Electrics) (...). Di noi 5 arrivati a Bagdad insieme, Cupertino e Forese dovevano fare gli autisti, per gli altri non c'era divisione di ruoli. Prendo atto che Forese riferisce sia che lui e Cupertino dovevano fare gli autisti e io lo Sniper-cecchino e Spinelli l’aiuto-sniper, sia che ancora non capisce come mai decidemmo di proseguire dopo che gli americani ci avevano disarmati al check point».

I file analizzati
Parla Cupertino: «Per quanto riguarda la nostra prigionia posso dire che Salvatore Stefio aveva portato un computer dall’Italia, nello stesso erano contenute delle informazioni sulla società Presidium. Il computer è stato preso dai sequestratori, e penso sia stato analizzato perché fra i sequestratori c’era un tecnico di computer, un nordafricano che ci disse di essere ricercato nel suo paese e che trovò nel computer di Stefio una lettera di Spinelli indirizzata alla Presidium che faceva riferimento ad un contatto con gli israeliani. Stefio parlando con il sequestratore un po' in italiano un po' in inglese, gli disse che il contatto era relativo a lavoro in Italia, il nordafricano rispose che lo avrebbe riferito ai suoi capi. Gli unici ad essere interrogati dai sequestratori sono stati Stefio e Quattrocchi, il primo parlava anche a nome nostro, cioè mio e di Agliana (...).

Un mese per 7.000 euro
Ancora Cupertino: «All’incirca una settimana prima della partenza incontrai Giampiero Spinelli, un compaesano che mi disse che per 7.000 dollari per un mese c’era la possibilità di andare a fare servizio di scorta a clienti in Irak per conto di una società americana. Gli feci presente che non avevo esperienze all’estero, lui rispose che avrei potuto fare l’autista (...). Verso gennaio 2004 mi incontrai con Spinelli e Agliana per una diversa occasione di lavoro sempre in Irak e sempre nel settore della sicurezza, forse Bassora ma quel lavoro in seguito sfumò (...). L’ultima volta partimmo da Roma il 4 aprile, eravamo in 5: io, Agliana, Stefio, Forese e Spinelli (Quattrocchi era già in Irak).

Stefio: noi, i Delta
Mentre eravamo in prigionia, seppi da Salvatore Stefio che noi cinque avevamo formato una squadra denominata «Delta» Quando arrivammo ad Amman ci venne a prendere tale Cristiano (Meli, ex Legione straniera, amico di Quattrocchi, ndr) che ci accompagnò in albergo. Il giorno dopo partimmo per Bagdad, passammo la frontiera con l’Irak mostrando il passaporto a diversi controlli, anche americani. A Bagdad, presso l’Hotel Babilon, incontrammo per la prima volta Paolo Simeone e Fabrizio Quattrocchi oltre a un altro Paolo e un tale Francesco. Mentre aspettavamo che arrivasse il lavoro, cioè la persona o persone che dovevamo scortare, tutti e cinque fummo impiegati in un servizio di vigilanza al 9° piano dell’hotel per dare una mano ai ragazzi che già lavoravano con Simeone. Dopo 3 o 4 giorni Simeone ci disse che non si poteva realizzare il lavoro di scorta per il quale eravamo scesi in Irak. Spinelli e Cristiano furono assunti da un'altra agenzia, chiesero anche a me se fossi interessato ad un nuovo incarico ma io rifiutai quando seppi che si trattava di un impegno di un anno e non di un solo mese. Così ci dividemmo...».