Così il Quirinale ha accorciato la durata di Prodi e dell’Unione

Un aspetto della recente crisi di governo che i sostenitori di Romano Prodi hanno cercato di rimuovere subito dalle loro analisi perché non conforme ai loro interessi è l’impronta lasciata dal presidente della Repubblica. Al quale una «certa» sinistra - direbbe Massimo D’Alema - chiese un rinvio immediato del governo alle Camere senza il passaggio delle consultazioni. Che Giorgio Napolitano invece volle compiere per non minimizzare la crisi e per ristabilire le distanze fra il Quirinale e chiunque pensasse, e pensi tuttora, di poterlo confondere con una dépendance di Palazzo Chigi. Ricordiamoci l’imprudenza con la quale il presidente del Consiglio si era vantato nove mesi fa del fatto che la pur esigua maggioranza partorita dalle urne il 9 aprile fosse riuscita ad aggiudicarsi, oltre al governo, anche le presidenze delle Camere e della Repubblica.
Oltre a rinviare Prodi alle Camere con le sue procedure, Napolitano gli ha stretto ben bene gli abiti. Ha introdotto, per esempio, una distinzione significativa, sino ad allora sdegnosamente negata dal governo, fra la basilare maggioranza «politica» del Senato, da calcolare con i parlamentari eletti, e la spuria maggioranza «numerica», legata alle grucce dei senatori a vita, che sono privi di mandato elettorale. Ancora più spurie sarebbero naturalmente le maggioranze «variabili» delle quali si ciancia in questi giorni tra la comprensibile e coerente diffidenza del Quirinale.
Napolitano è infine intervenuto sulle priorità del programma di governo facendo mettere al primo posto la riforma elettorale, in modo da rendere più agibile alla prossima crisi il ricorso anticipato alle urne, essendo egli convinto che le regole sperimentate l’anno scorso non siano adatte a garantire risultati certi e omogenei fra Camera e Senato. Ma nel reclamare la riforma elettorale Napolitano ha trasformato quello di Prodi da governo di legislatura, spavaldamente rivendicato all’origine dal presidente del Consiglio, a governo a termine. E la scadenza non è allungabile più di tanto, come sognano invece a Palazzo Chigi mettendo in cantiere anche qualche modifica alla Costituzione. No, fra un anno o avremo una riforma elettorale approvata in Parlamento o l’avremo per effetto di un referendum già promosso da un comitato trasversale, ben deciso a non frenarne il percorso con un rinvio della raccolta delle firme. E con la riforma elettorale si esaurirà per delegittimazione anche la legislatura. Si ripeterà lo scenario istituzionale del 1994, quando l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro si richiamò alle nuove regole elettorali appena approvate per sciogliere le Camere elette meno di due anni prima. Lo fece con il consenso proprio di Napolitano, che sedeva sullo scranno più alto di Montecitorio.