Così la Resistenza avanzò su una strada lastricata d’oro

Nell’inverno del ’44 una delegazione del Cln riuscì a ottenere 160 milioni di lire mensili dagli anglo-americani

Un nodo da sciogliere sulla Liberazione riguarda gli aspetti politici e militari legati al reperimento dei fondi con cui fu finanziata l’attività della Resistenza nel Nord Italia. Impossibilitato a sostenersi solo tramite l’appoggio della popolazione, il movimento partigiano si mise ben presto alla ricerca di sponsor che appoggiassero la sua causa. In questo senso, nonostante il pregiudizio anti-alleato che caratterizzava l’ala sinistra del movimento, i contatti con gli anglo-americani si rivelarono proficui: dopo un’iniziale reciproca diffidenza, i rapporti si fecero più stretti e nell’inverno del ’44 una delegazione del Clnai si recò al Sud dove riuscì ad assicurarsi un grosso contributo finanziario.
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La delegazione, composta da Pizzoni, Parri, Pajetta e Sogno, partì per il Sud all’inizio di novembre ed ebbe contatti con i maggiori vertici militari alleati e inglesi. Al centro delle discussioni furono quasi sempre il problema finanziario e le capacità che il Clnai riteneva di avere in merito alla conduzione della lotta contro i tedeschi e i fascisti e all’effettivo controllo esercitato sulle bande partigiane.
Il fabbisogno della Resistenza al Nord fu quantificato da Alfredo Pizzoni in 160 milioni al mese, dei quali 135 per la sussistenza dei 90mila partigiani che si stimavano nel Nord Italia, e i restanti 25 per «spese interne», ossia comunicazioni e corrieri, trasporti, gestione dei covi, servizio di informazioni e sussidi alle famiglie dei caduti. Nei dialoghi tra gli uomini del Clnai e gli alleati e soprattutto tra gli alleati stessi, il problema dei soldi assunse un’importanza decisiva, perché questi diventarono non solo lo strumento indispensabile tramite il quale far sopravvivere la Resistenza, ma anche il mezzo con il quale assicurarsi la fedeltà di quest’ultima alle direttive dei loro comandi.
I risultato della missione fu la firma dello storico accordo del 7 dicembre 1944, con il quale il Clnai garantì che avrebbe adempiuto a tutti gli ordini ricevuti dagli alleati e il comando alleato riconobbe il ruolo del comitato accordandogli un finanziamento di 160 milioni mensili da dicembre ad aprile. Con la stipulazione degli accordi di Roma il Clnai ottenne innanzitutto un importante riconoscimento del suo ruolo nella direzione della guerra partigiana nel Nord Italia. Il testo era evidentemente il risultato del prevalere tra gli alleati della posizione di chi sosteneva che solo il rafforzamento degli organismi centrali avrebbe evitato derive rivoluzionarie all’interno della Resistenza, permettendo di valorizzarne al massimo il contributo militare.
L’attribuzione del contributo finanziario mirava a ottenere un duplice risultato: rafforzava l’autorità del Clnai nei confronti delle bande partigiane che venivano a trovarsi in un immediato rapporto di dipendenza da quest’ultimo e dava agli alleati uno strumento importante per controllare a sua volta l’operato del comitato stesso. Ne è riprova il fatto che nonostante Pizzoni si fosse procurato, nella missione al Sud, la disponibilità del governo italiano a intervenire direttamente come principale agente finanziatore, gli alleati vollero mantenere nelle proprie mani tutta la questione finanziaria, salvo poi chiedere che le somme venissero rimborsate dal governo.
Per la Resistenza italiana i soldi versati dagli alleati furono decisivi per il proseguimento della lotta. Senza di essi, come avrebbe raccontato Ferruccio Parri, il Clnai avrebbe dovuto «pressappoco chiuder bottega». L’accordo stabiliva anche la suddivisione su base regionale delle cifra: dei 160 milioni, 20 sarebbero andati alla Liguria, 60 al Piemonte, 25 alla Lombardia, 20 all’Emilia e 35 al Veneto 74. Si stabilì inoltre che la somma sarebbe stata soggetta a variazioni secondo le esigenze della situazione militare. Alla vigilia di un nuovo inverno di guerra questi soldi permisero così di mantenere le formazioni senza fare eccessivo ricorso a quelle forme di «autofinanziamento» che erano deleterie per l’immagine del movimento partigiano. Ma quale era il significato politico degli accordi e dei relativi pagamenti? Il Clnai aveva compiuto un «atto di asservimento alla politica britannica», vendendosi per «un piatto di lenticchie», come sostenne Sandro Pertini nel gennaio del 1945? La questione richiede alcune precisazioni e consente di mettere in luce un punto decisivo, ossia la radicale differenza nel concepire i rapporti con gli alleati che divideva tra di loro le due anime della Resistenza.
Per l’ala «rivoluzionaria» del Cln, che interpretava la Resistenza come un movimento finalizzato anche a un rivolgimento di tipo sociale, la collaborazione con gli alleati era guardata quanto meno con sospetto. Questi erano infatti considerati in qualche modo i rappresentanti o i custodi di quell’ordine che proprio con la Resistenza si voleva superare. «A noi - scriveva Giorgio Agosti nel novembre del ’43 - interessa non la vittoria inglese, ma la rivoluzione italiana, dunque la vittoria inglese in funzione della rivoluzione italiana. Di qui la necessità di un certo sacro egoismo: occorre che, per ora, noi facciamo quel tanto che dia agli inglesi la sensazione che esistiamo e li induca a mandarci armi; ma che riserviamo il nostro sforzo per la fase finale, mirando ad impadronirci subito del potere abbandonato dai fascisti e ad impedire che si riproducano situazioni alla 26 luglio».
In quest’ottica si comprendono le critiche che furono rivolte a Pizzoni quando nel gennaio ’45 diede conto al Clnai della stipulazione dell’accordo. Fu Sandro Pertini a dar voce alle posizioni più estremiste, criticando soprattutto l’assicurazione, contenuta nell’accordo, che il Clnai avrebbe obbedito a quanto ordinatogli dagli alleati. Pertini presentò un documento del suo partito nel quale si denunciavano le trattative condotte dalla delegazione del Clnai al Sud, trattative che, si leggeva nel testo, «hanno portato all’accettazione di condizioni capestro, che riducono il Cln in un completo asservimento alla politica e agli interessi inglesi, vincolandolo incondizionatamente alla condotta di guerra delle forze alleate operanti sul territorio nazionale, le quali non hanno dato fin qui prova alcuna di voler effettivamente aiutare la lotta partigiana». Secondo il socialista, il documento firmato da Pizzoni e compagni era una atto di «asservimento del Clnai alla politica britannica. Scopo evidente della politica inglese - dichiarava Pertini - è quello di legare al proprio carro i movimenti di liberazione europei. Ciò è perfettamente riuscito nel caso del movimento partigiano italiano con la firma del documento in questione, il cui prezzo sono i 160 milioni mensili concessi, come il famoso piatto di lenticchie, al Clnai». Si noti per inciso che le accuse mosse da Pertini rispecchiano quasi del tutto quelle della propaganda fascista di Salò, che venuta a sapere dell’accordo si affrettò a denunciarlo scrivendo che «i “puri” antifascisti, gli “apostoli” della disinteressata lotta contro la “tirannia”, i martiri della fede democratica e social-comunista, si erano venduti allo straniero per un prezzo non certo modesto».
Del tutto opposto era naturalmente il giudizio delle componenti «democratiche» e «moderate», per le quali la collaborazione con gli alleati, nonché l’inserimento all’interno della loro complessiva strategia militare, significava non un’umiliante mortificazione, ma la collaborazione con quelle nazioni democratiche nella schiera delle quali si voleva riportare l’Italia dopo l’onta del fascismo. Senza mai rinunciare all’orgogliosa rivendicazione del proprio ruolo e delle proprie motivazioni ideali, la componente patriottico-democratica valutava quindi tale collaborazione come perfettamente compatibile con gli scopi che si proponeva di raggiungere tramite la lotta partigiana.
La posizione estrema rivendicata da Pertini era con tutta evidenza inattuabile, perché una rottura dei rapporti con gli alleati avrebbe significato la fine del movimento partigiano. Questo, volente o nolente, dipendeva dagli americani e dagli inglesi per quanto riguardava il lancio di armi e materiali e, come si è ampiamente dimostrato, per il versamento dei fondi necessari a proseguire la lotta. Ciò dà spiegazione del comportamento tenuto in tale frangente degli azionisti e soprattutto dai comunisti, che fecero buon viso a cattivo gioco incassando gli aiuti degli alleati senza naturalmente che ciò valesse a modificare il loro giudizio negativo sul comportamento degli alleati stessi.
Così, durante la riunione del Clnai del 12 gennaio, il rappresentante del Pci affermò che «senza asservirsi, la politica italiana debba però inquadrarsi oggi in quella internazionale degli alleati», e quello del Pda che «il fatto che la missione si sia preoccupata in primo luogo di queste necessità sta a giustificare pienamente la firma del bipartito». «Le difficoltà che qui dobbiamo superare - disse - sono in proporzione all’imponenza del nostro movimento partigiano, che richiede mezzi che non sono stati necessari altrove». Pizzoni dal canto suo respinse l’idea che i 160 milioni fossero il prezzo dell’asservimento del Clnai, perché una volta entrato in vigore l’accordo tripartito tra Clnai, Sacmed e governo italiano, che si prevedeva imminente, l’onere finanziario si sarebbe spostato su quest’ultimo.
La stipulazione dell’accordo finanziario con gli alleati, oltre alle problematiche di tipo «ideologico», aveva richiesto di superare anche notevoli difficoltà dal punto di vista tecnico. Come si sarebbe trasportato materialmente il denaro dal Sud al Nord Italia? Il problema, potenzialmente idoneo a bloccare tutto l’accordo, fu risolto da Pizzoni, che propose che i soldi venissero versati alle filiali romane del Credito italiano e della Banca commerciale italiana per poi chiedere ai dirigenti di queste banche al Nord che le cifre corrispondenti gli venissero consegnate «sulla fiducia»: la linea del fronte e le condizioni di clandestinità nelle quali operava il Cln impedivano infatti che l’operazione fosse accompagnata da un regolare giro di ricevute. Naturalmente il sistema avrebbe funzionato se gli alleati avessero versato regolarmente le cifre stabilite: il rischio era altrimenti che al Nord venissero ritirati dei soldi mai versati al Sud, e che quindi a rimetterci fossero le banche coinvolte. Sulla sola parola di Pizzoni e per la fiducia che gli uomini coinvolti riponevano in lui si scommise su questo meccanismo e di diede il via al trasferimento. Come avevano visto lontano gli uomini del Clnai quando avevano affidato a lui la gestione finanziaria del comitato!
I 160 milioni sarebbero stati consegnati in due parti a Carlo Orsi (vicepresidente del Credito italiano) e a Max Mainoni (capo dell’ufficio di rappresentanza della Banca commerciale italiana a Roma). Di questa somma, 100 milioni (50 per ogni banca), sarebbe stata accreditata alle filiali milanesi delle due banche per poi essere ritirata da Pizzoni. I restanti 60 milioni invece sarebbero stati accreditati alla filiale torinese della Banca mobiliare piemontese, presso la quale il Cln Piemontese avrebbe provveduto a ritirare la quota di 60 milioni mensili che gli era stata accordata. A Pizzoni furono inoltre consegnati 50 milioni perché provasse a infiltrarli tramite la Svizzera, cosa che però riuscì solo per una minima parte di quella cifra.
Una volta stabiliti gli ultimi particolari, la delegazione del Clnai era tornata al Nord e gli alleati avevano iniziato a versare i soldi. Il movimento partigiano italiano si era assicurato così il versamento di quei fondi che gli avrebbero permesso di giungere in forze all’appuntamento del 25 aprile.