«Così rilancerò i nuovi talenti»

«Improvviso perché non riesco a memorizzare niente. Prima, quando cantavo, non riuscivo nemmeno a imparare Yesterday. Inventavo le parole, e ogni tanto sentivo dal pubblico: impara le parole, pirla!». Scherza, Teo Teocoli, ben sapendo che l’improvvisazione è il segno distintivo di un grande artista. Che per farla ci vuole talento, impegno, fatica, e tanta esperienza. Improvvisando ha iniziato 40anni fa, in un’ex cantina di via Monte Rosa chiamata Derby Club: quel Derby che tra gli anni ‘60 e ‘70 con Cochi e Renato, Lauzi, Jannacci ha fatto la storia del cabaret. E improvvisando – ma anche studiando, provando e riprovando – dai piccoli palchi milanesi è passato ai teatri più prestigiosi, conquistando milioni di italiani. Per raccontare cosa è successo nel frattempo, ha ideato “Dal Derby al Nuovo” che porterà in scena al Teatro Nuovo dal 30 dicembre al 18 gennaio: un one-man-show con i suoi personaggi, i monologhi, le canzoni, le storie di una Milano scomparsa. «Il titolo è un gioco di parole: il Nuovo non è solo il teatro che mi ospita ma anche il nuovo Derby di via Mascagni che così ho chiamato con un po’ di presunzione».
E tra il Derby di ieri e quello di oggi c’è la storia della sua vita: debutti, successi, incontri...
«L’incontro fatale è stato a Milano con Cochi e Renato, due matti che si prendevano a calci per strada, e Jannacci che mi disse una cosa incomprensibile, come spesso gli capita. E io, per tutta risposta: “Se volete vengo a lavorare con voi“. Così nel ’70 debuttai al Derby. Pareva un collegio: il proprietario non voleva giornalisti, si entrava solo come artisti o clienti. Lavorai con Abatantuono, Boldi, Faletti, il locale era strapieno: si mettevano sgabelli ovunque, sul palco, in regia».
Poi è passato alla tv...
«Ho esordito con Boldi ad Antenna 3 con una valletta di 15 anni di nome Paola Perego, lì mi notò un certo Berlusconi che mi portò a Canale 5. Feci “Drive In“, “Striscia“, “Mai dire gol“, “Scherzi a parte“ che interrompemmo per un mese perchè Pietro Garinei mi propose il Sistina: un milanese alla ribalta del Sistina».
La sua fama è legata soprattutto alle imitazioni. La sua preferita?
«Caccamo è quello che ha vita più lunga. Poi i personaggi di “Quelli che il calcio“: Maldini, Galliani, Cuccia, fino al sindaco Albertini che ho riproposto, in mutande, al Sanremo 2000».
Come mai oggi la si vede così poco in tv?
«Non me la propongono. La tv è cambiata: non c’è più il varietà, solo Zelig mantiene la tradizione comica».
Cosa pensa dei nuovi comici?
«Sono buttati allo sbaraglio in tv senza essersi fatti le ossa e, finito Zelig, rischiano di non lavorare più. Va bene la tv come trampolino di lancio, ma poi occorre fare un passo indietro e sperimentare nei piccoli teatri, a contatto con la gente. È il pubblico dal vivo il termometro del successo. Il nuovo Derby è nato per questo, come palestra per le nuove leve, e per i veterani come me: lo spettacolo che porto al Nuovo e che sta facendo il tutto esaurito in Italia l’ho preparato lì. L’obiettivo è unire artisti diversi scrivendo lavori tra il teatro e il cabaret».
Crede sia possibile ricreare l’atmosfera, la vivacità culturale del Derby di allora?
«Manca la materia prima: chi ha talento preferisce la tv che dà soldi e popolarità facili. Il cabaret si fa per vocazione, non per soldi. Richiede preparazione, sofferenza, continuità, si fa in luoghi angusti, davanti a un pubblico di aficionados. Zelig è spettacolo, non cabaret».