«Così risveglio l’anima latina di Milano»

«La nostra realtà non è fatto solo di salsa e merengue. Ora sogno una vetrina come l’Expo di Siviglia»

Francesca Amé

Non stupitevi se qualcuno vorrà mettervi dei brillantini sulle braccia, se splendide ragazze vi offriranno un aperitivo o se, con una semplice giravolta, vi troverete all'improvviso in mezzo al salsodromo, la pista da ballo di salsa. Siete al «Festival LatinoAmericando» e così vanno le cose.
Sedici anni di vita, diecimila biglietti staccati tutte le sere, trentaseimila metri quadrati di stand nei pressi del Forum di Assago e un migliaio di dipendenti: questo è il miracolo di Juan José Fabiani Zignago. «E pensare che tutto è cominciato con una settimana di pioggia», commenta l'imprenditore italo-peruviano, classe 1960 e un'altezza degna di un giocatore di basket. «La prima edizione risale al 1991: avevamo voglia di creare una fiera che, ai prodotti latinoamericani, unisse il divertimento. L'inesperienza ci fece fare cento errori e anche il tempo non ci assistette: pioveva quasi sempre». Da allora le cose sono cambiate se questa edizione vede tra i protagonisti addirittura il cantautore Gilberto Gil, ministro della Cultura in Brasile.
Per capire il segreto di una kermesse di tale successo, facciamo un passo indietro: nonni italiani della Liguria («In Perù tanta gente è immigrata da Chiavari e pensate che oggi in quella cittadina c'è anche il nostro Consolato»), Fabiani nasce a Lima dove completa gli studi in Economia. «Sono rimasto presto orfano di padre - racconta - e ho sempre lavorato: avevo la mania di organizzare tutto, fin da piccolo. Ero un tipo ambizioso: ho capito che se volevo crescere professionalmente dovevo emigrare e ho scelto l'Italia». Fabiani nel 1985 diventa addetto commerciale alle dipendenze dell'Ambasciata del Perù nel nostro Paese: sono anni di importanti stimoli e contatti, utili per ciò che verrà dopo. Quando nell'89 la Fiera Campionaria di Milano chiude i battenti, Fabiani si chiede come poter offrire visibilità in Italia ai commercianti del Perù: «In realtà cercavamo anche qualcos'altro - precisa -: un modo per far incontrare italiani e sudamericani». Vietato fare i confronti con oggi: all'epoca i peruviani in Italia, solo per citare un dato, erano 500, oggi superano le 100mila unità. «I latinoamericani amano la musica, gli italiani il cibo: abbiamo messo insieme il tutto ed è nata la prima edizione del festival». L'allora sindaco Paolo Pillitteri intuì l'importanza della manifestazione e concesse a Fabiani uno spazio al Castello Sforzesco: pioggia a parte, fu un successo. Fabiani, che ha lavorato gomito a gomito con la moglie italo-peruviana Franca De Gasperi, sostiene di essere rimasto fedele alla formula originaria: «Oggi siamo più organizzati, ma lo spirito di LatinoAmericando è quello degli inizi e quando qualche connazionale mi dice che qui si sente a casa questa è per me la più grande soddisfazione. I miei nonni sono stati emigranti, io stesso vivo sospeso tra due culture: sono italiano a tutti gli effetti, ma in me vive anche l'anima latina, che non è solo salsa e merengue». Le cose però potrebbero cambiare. Fabiani è infatti stato investito di un altro importante incarico: quello di creare la Camera di commercio del Perù in Italia (l'ufficializzazione avverrà a settembre). «In futuro vorrei che il festival si trasformasse in una vetrina turistica e culturale per tutti i Paesi dell'America Latina, magari come l'Expo di Siviglia. Sogno troppo in grande?», si domanda. Visti i precedenti crediamo proprio di no.