«Così scavalcano il Parlamento»

da Roma

Una revoca «gravissima» e «illegittima». Un atto «che ha esclusivamente motivazioni politiche di parte». Una delibera «senza validità giuridica, affetta da vizi di nullità e anullabilità». Addirittura, un provvedimento eversivo visto che, espropriando «le prerogative del Parlamento», infrange «i principi dell’ordinamento costituzionale». Angelo Maria Petroni non molla. «Ricorrerò in tutte le sedi possibili - afferma - . E intanto annuncio riterrò fin da ora invalide e inefficaci a tutti gli effetti giudirici tutte le decisioni prese dal consiglio di amministrazione dell’azienda senza la mia partecipazione».
Dunque Petroni, che è già il nuovo segretario generale dell’Aspen Institute Italia, non si sente affatto un ex consigliere della Rai. Sui verbali dell’assemblea, il professore ha fatto mettere le ragioni con cui contesta la sua estromissione. «Per la prima volta un governo ha disposto direttamente la revoca di un consigliere di amministrazione dell’azienda del servizio pubblico televisivo, senza riguardo per il Parlamento». Il presidente Petruccioli ha «volontariamente convocato due sedute in pieno agosto, nonostante la sospensione estiva decisa il 26 luglio». La revoca poi non ha «elementi giustificativi». E cita un’ordinanza del Tar del Lazio del 7 giugno, «che stabilisce che l’asserito venir meno del rapporto fiduciario tra il ministro e il consigliere non risulta da alcun fatto e comportamento».
Si tratta perciò, scrive ancora Petroni, «di ragioni extragiuridiche». «È ormai evidente a tutti che l’azione del ministro dell’Economia nei miei confronti ha motivazioni esclusivamente politiche di parte. È il punto di arrivo di una violenta e sistematica campagna di denigrazione e di pressioni istituzionali, politiche e mediatiche, senza precedenti nella storia della Rai, che dure da circa due anni, svolta anche da membri del governo in carica». Una campagna, conclude, «mirata a delegittimarmi nelle funzioni attribuitemi dalla legge, a condizionare il mio comportamento e infine a rimuovermi contra legem dal mio incarico».