Così la scuola soffoca di burocrazia

Mario Mauro*

Le indicazioni di Lisbona 2000 e del Consiglio dei ministri dell’Unione Europea (23 febbraio 2006) hanno fissato la tavola delle 8 competenze-chiave, che i ragazzi europei devono acquisire entro i 16 anni: numeracy e literacy - matematica, scienza e tecnologia - lingue straniere - Ict e uso della tecnologia - imparare a imparare - social skills - capacità imprenditiva - cultura generale. Questo curriculum - elaborato e periodicamente aggiornato coinvolgendo le forze sociali, economiche, produttive, culturali, civili del Paese - non è il vecchio Programma nazionale prescrittivo, ma un’indicazione delle necessità educative e formative ai fini dell’esercizio della cittadinanza attiva, alle quali le scuole autonome debbono rispondere nell’offerta educativa e nella costruzione dei piani di studio personalizzati, a ciò ha teso la riforma Moratti. Tornando a mettere al centro dell’esperienza educativa la persona. Fioroni, neo ministro medico accorso al capezzale di una scuola ammalata di centralismo e burocrazia da oltre trenta anni, ha invece optato per un sostanziale suicidio assistito del sistema.
Per capire come ha trattato la scuola basti considerare che nella Finanziaria è contenuta, nel silenzio o nella disinformazione di quasi tutti, una vera e propria riforma occulta. Non è prevista solo l’assunzione di un esercito di precari, che rende inutile ciò che è stato fatto in questi anni dalle Università, con le scuole di specializzazione, al fine di formare insegnanti di qualità. Si liquida, nel silenzio, gran parte della riforma Moratti, come il doppio canale, scolastico e professionale, tanto detestato da sindacati e sinistra estrema.
Si introduce un dequalificante e anacronistico biennio unico con l’evidente intento, comprovato da dichiarazioni in tal senso di esponenti del governo, di salvaguardare e ampliare i già gonfiatissimi organici. Si lascia infine al ministero la possibilità di fare della scuola tutto ciò che vorrà, demandandogli il compito di intervenire con venti decreti attuativi sui temi più disparati.
Addirittura, si arriva di fatto a ingiungere agli insegnanti del biennio di ridurre del dieci per cento il numero dei bocciati al fine di contenere i costi.
È giusto porsi a questo punto la domanda sul perché la scuola italiana debba essere con tanta protervia allontanata dagli standard europei a cui con fatica si era avvicinata con la riforma voluta dal governo Berlusconi.
La risposta è che un sistema scolastico ancora fortemente centralistico non può che rispondere ad una logica della rendita politica tutta tesa a salvaguardare il tornaconto di burocrazie ministeriali e sindacati a dispetto dell’emergenza educativa del Paese. Bisogna invece avere il coraggio di liberalizzare l’intero meccanismo introducendo l’autonomia finanziaria degli istituti scolastici e rendendo i docenti liberi professionisti con uno stato giuridico capace di rispondere alle sfide della realtà. La Finanziaria non va in questa direzione perché vuole avviare un biennio superiore obbligatorio che, se non corretto, svuoterà ancor più di senso e contenuto i percorsi di istruzione e formazione professionale; inoltre non valorizza la professione docente, perché interviene pesantemente sui criteri di valutazione imponendo la riduzione del numero dei bocciati. La Finanziaria è in sintesi lo specchio di una mentalità che diffida delle innovazioni introdotte e dalla pratica di molte scuole, impegnate a realizzare quelle forme di insegnamento personalizzato che l'attuale controriforma rischia di bloccare.
Tutta l’operazione è insomma impostata come se niente di «educativo» possa avvenire fuori dalla scuola statale e quindi tutto vi debba essere compreso: formazione professionale, apprendistato, educazione degli adulti, alta formazione professionale; gli obiettivi diventano onnicomprensivi e sugli insegnanti si fanno pesare compiti e funzioni sempre più numerosi e impegnativi, al di là di ogni riflessione sulla loro preparazione e sulle loro competenza effettive: perfettamente fungibili a ogni operazione semplicemente perché stanno «a scuola». Ma non solo, essi sono considerati a priori i portatori di una «nuova società» che si crea attraverso la scuola statale. Una società dell’eguaglianza, dell’integrazione, della solidarietà...
*Vicepresidente
del Parlamento europeo
Responsabile
Scuola&Università
di Forza Italia