Così è (se gli pare), Pirandello regista della propria immagine

Il grande scrittore e drammaturgo amava apparire, ma sempre dominando la situazione. Soltanto con i nipotini si scioglieva...

Daniele Abbiati

«Sono abituato a comandare sul mio corpo. Gli dò da mangiare quando voglio e lo faccio riposare quando desidero... Secondo il mio amico Bontempelli, uno muore quando non ha più niente da fare». Ovviamente Bontempelli aveva torto. Di lì a tre anni, il 10 dicembre 1936, Luigi Pirandello, che con quelle parole tentava di rassicurare chi si preoccupava del suo iperattivismo, durante una logorante tournée in Sudamerica, non morì perché non aveva più niente da fare (di cose da fare ne aveva ancora centomila...), ma perché abbattuto da una polmonite.

Se l'era buscata a Cinecittà, sul set di Il fu Mattia Pascal, il film di Pierre Chenal con Isa Miranda nel ruolo di Adriana Paleari. C'è una bella foto che testimonia di quella visita: la fascinosa Isa al centro, Pierre Blanchar, cioè Mattia Pascal, alla sua destra, Pirandello alla sua sinistra, con la falda del cappello che gli ombreggia gran parte del volto. La foto è una delle oltre seicento riprodotte in I Pirandello. La famiglia e l'epoca per immagini (La nave di Teseo, a cura di Sarah Zappulla Mascarà e Enzo Zappulla, pagg. 232, da giovedì prossimo nelle librerie). E l'ombra del cappello è una costante, nell'iconografia pirandelliana. Forse rappresenta il non detto, l'inconscio, i tormenti dell'uno che teme di essere nessuno... Vai a sapere... È un quesito pirandelliano.

Quello scatto mostra tuttavia una particolarità non comune: lì Pirandello non è in posa. Probabilmente i due attori stanno ripassando un passaggio, oppure stanno discutendo su un'intonazione da dare a una frase. Lei guarda lui e l'altro, cioè Pirandello, guarda entrambi, con la mano sinistra posata sulla gamba, a palma in su: concentrato, rapito. Per solito, invece, lo scrittore e drammaturgo, quando veniva immortalato era lui a menare le danze. Sempre vigile, sempre padrone della situazione. Che si tratti di ottemperare a doveri istituzionali, con la buffa uniforme della Reale Accademia d'Italia, nel '29, o di cogliere al volo situazioni bizzarre, come l'incontro con un asinello per una via di Roma, nel '24, Pirandello è il regista della propria rappresentazione, un personaggio che ha cercato e trovato il proprio autore in se stesso. E due sono i casi: o guarda fisso dentro, anzi oltre l'occhio del fotografo, come a dire: «Ebbene, eccomi qui...», oppure si estranea dal contesto, guarda altrove, esce mentalmente dall'inquadratura, come a dire: «... ma vorrei essere altrove». Dal bambinello di cinque anni che sta in braccio a un parente, nel 1872, fino all'intenso primissimo piano datato 1936, poco prima della sua scomparsa, le fotografie di Pirandello sono proprio di Pirandello: le ha fatte lui.

A proposito di bambini, se osserverete con attenzione queste immagini, noterete che il Nostro soltanto con i nipotini accetta il contatto fisico, tenendoli sulle ginocchia, posando le braccia sulle loro spalle in un gesto proprio da nonno, ammiccante e rassicurante. Con gli altri, zero: è spesso vicino sino a sfiorare, ma senza toccare. Due sole eccezioni, per un'occasione, appunto, eccezionale: la consegna del premio Nobel nel '34, con conseguente stretta di mano rituale al re di Svezia Gustavo V. E anche, visto che le belle donne piacevano assai a don Luigi (prima fra tutte l'attrice Marta Abba, la quale fu per lui qualcosa di assimilabile alla Lou von Salomé per Nietzsche) a una seducente ragazza con tanto di coroncina con candele. È bionda, naturalmente, la folkloristica fanciulla. Ma ci fu un tempo in cui anche Pirandello era biondo, e con barbetta bionda. Studiava, tanto e bene, a Bonn, in Germania, e per un tedesco lo prendevano, sia lassù, sia laggiù, nella sua Sicilia.

E tedesco è il più celebre dei suoi compagni di scatto: Albert Einstein. Siamo nel 1935, a Princeton, nel giardino della casa dello scienziato. Questi è in piedi, a torso nudo, con la camicia sotto il braccio sinistro. Un tavolino, due sedie, l'ombrosa protezione degli alberi... sembra di udire il ronzare degli insetti... E semisdraiato su una coperta, con tre cuscini sotto il braccio destro, ecco lì Pirandello in posa da triclinio. Sembra un personaggio di Le déjeuner sur l'herbe di Manet. Fa impressione, questa composizione impressionista, con il sorriso di Pirandello che potrebbe essere una smorfia di dolore. Non riesci a capire se sia più spontanea o più teatrale. In fondo è come il teatro di don Luigi, non sai mai quando e dove si svolga, se nella realtà o nella sua parallela rappresentazione. Oppure nella macchina di un fotografo.