Così una semplice foglia mandò in fumo il mondo

Un saggio stupefacente sulla storia del tabacco e dei suoi effetti (economici, sociali e artistici) sulla civiltà. In barba a medici e preti

Ci fu un tempo, prima che diventasse un vizio, in cui il tabacco era un rito, un piacere, una medicina, una moda, un atteggiamento aristocratico, un commercio capace di fare e disfare le fortune delle nazioni, un compagno fedele per gli scrittori, uno strumento diplomatico per i governi, un genere di conforto insostituibile per i soldati, un mezzo di emancipazione per le donne. La politica lo ha utilizzato, l'economia spremuto, la scienza studiato, la religione demonizzato. E la medicina combattuto. Ma senza vincerlo. Anche se negli ultimi trent'anni globalmente le persone che fumano sono diminuite, a causa della crescita della popolazione il numero dei fumatori è aumentato, arrivando alla cifra di 1,1 miliardi. Cough... cough...

Il fumo è dannoso alla salute, è costoso, in molti Paesi oggi è oggetto di riprovazione sociale, gli effetti narcotici sono così blandi da essere più immaginari che reali, e nel mondo occidentale salutista e ipercorretto potersi godere una sigaretta in pace ormai è una chimera. Ed ecco quindi la domanda. Ma allora, perché si fuma? Perché, anche se è già passata una generazione da quando è stato identificato come un killer, il consumo di sigarette non solo continua, ma si moltiplica? Perché il fumo - dopo che l'uomo incontrò la pianta del tabacco nelle Americhe circa 18mila anni fa, e poi cominciò a coltivarla sulle Ande peruviane-ecuadoriane tra il 5000 e il 3000 a.C. - è stato accolto in così tante culture diverse, dalle civiltà precolombiane ai popoli europei, dalle tribù degli Indiani d'America a quelle africane?

La risposta ha qualcosa di meraviglioso. È lunga e complessa, ma seducente, come irresistibile e ammaliatore è il tabacco. E l'ha scritta, con uno stupefacente viaggio attraverso l'antropologia, la scienza, il folklore, la letteratura e l'economia, Iain Gately, uno storico non professionista (lavora nella finanza d'impresa a Londra), la qual cosa ne fa un libro preciso e pieno di dati senza essere inutilmente accademico. Titolo: La diva nicotina. Come il tabacco ha sedotto il mondo (Donzelli, pagg. 270, euro 33).

Flashback. Tra i venti o diecimila anni fa, in una zona imprecisata del continente che oggi chiamiamo America del Sud. Un nostro antenato cammina a grandi passi attraverso le ceneri di una foresta, che per qualche evento naturale ha preso fuoco. Inciampa, cade e finisce con la faccia addosso a un cespuglio fumante di quella che, molti secoli dopo, grazie all'ambasciatore di Francia a Lisbona Jean Nicot (che introdusse, siamo nel 1550, semi di tabacco alla corte del re di Francia prescrivendone l'uso medico), oggi chiamiamo Nicotiana rustica. Forse l'amerindo è ferito, ma «sente» la pianta che brucia. E ne trae piacere. Da quel momento, l'Uomo prenderà l'abitudine di aspirarla.

Flashforward. Anno 2050, pianeta Terra. Il mondo è diviso in due macro-aree. Una, economicamente e salutisticamente più avvantaggiata, in cui sopravvive quello che sarà lo sviluppo tecnologico delle sigarette elettroniche. L'altra, le nazioni con livello di reddito medio-basso, in cui si continuerà a fumare, sempre di più, nicotina e affini.

Dal cerchio di fumo che aleggia sul mondo non si esce. Il tabacco nel corso dei secoli è stato fiutato, masticato, mangiato, bevuto, spalmato sui corpi, utilizzato per gocce negli occhi, usato come impacco, fumato. Veniva soffiato in faccia ai guerrieri prima della battaglia, sparso sui campi prima della semina, sbriciolato sul corpo delle donne prima del sesso, veniva offerto come dono agli dèi, «consegnato» ai maschi adolescenti come simbolo nei riti di passaggio dalla pubertà all'età adulta, consumato come medicina grazie alle sue proprietà analgesiche e antisettiche in decine di disturbi, usato come narcotico. Gli sciamani ne facevano una forza benefica e lo fumavano per entrare in comunicazione con il divino, durante le carestie serviva ad alleviare la fame, nei rapporti fra tribù o popolazioni scambiarlo era segno di accoglienza e di amicizia, è stato per almeno due secoli un imprescindibile sostegno sociale alla conversazione, e - cosa non di poco conto - costituì il volano economico per lo sviluppo, anche politico, di intere nazioni: insieme al cotone il tabacco era la spina dorsale del commercio degli Stati americani del Sud. E, per dirla tutta, il tabacco fornì sia la causa (una questione di dazi) sia la conclusione (Benjamin Franklin comprò l'alleanza con la Francia contro gli inglesi con cinque milioni di libbre di tabacco) della guerra di indipendenza degli Stati Uniti.

Laddove ci sono stati uomini, il tabacco è stato consumato.

Laddove c'è stato tabacco, là sono arrivati gli uomini.

Laddove ci sono stati uomini che usavano il tabacco, là si sono fatti affari, ci sono state campagne moraliste, divieti religiosi, mode seguitissime, accise dei governi, allarmi sanitari.

Inizialmente, appena sbarcato il tabacco in Europa, dopo la scoperta dell'America, la Chiesa cristiana associò il fumo al diavolo, talvolta rappresentato nelle immagini come un miasma che emanava dagli orifizi umani. Nel 1602 fu pubblicato il primo trattato inglese antifumo, Worke for Chimney Sweepers, che rilanciò alcune delle prime obiezioni che i conquistadores avevano avanzato nei confronti di un vizio tipico dei selvaggi. E anche re Giacomo I scagliò una celebre invettiva contro il tabacco. Poi però anche il clero iniziò a fare uso del tabacco, e di fatto fu religiosamente sdoganato. Quanto all'Inghilterra, diventò prestissimo uno dei più grandi mercati per il tabacco in Europa. Chi invece lo fece diventare, tra i prodotti commerciali, il primo lusso disponibile a livello globale, fu l'Olanda, a partire dal '600. Nel 1652 - detto per inciso - gli olandesi acquistarono l'intera penisola del Capo di Buona Speranza per «una certa quantità di tabacco e brandy».

Un tiro, una boccata. Il tabacco si diffuse sulla Terra come un'epidemia, attraversando frontiere e culture. Già nel '700 contagiò allo stesso modo gli africani, i buddhisti, i vescovi cristiani. Divenne una delle merci principali lungo la Via della Seta. E ogni epoca, ogni censo, ogni Paese ebbero le proprie usanze e le proprie preferenze. In Sudamerica i gentiluomini e le signore fumavano i ceegars, cioè i sigari. In Europa, prima che i romantici Samuel Taylor Coleridge e William Wordsworth impugnassero la pipa, furoreggiò il tabacco da fiuto. Solo che gli inglesi sputavano ovunque (come gli americani, in verità), mentre i francesi lo fecero diventare qualcosa di elegante e letterario. Il Don Giovanni di Molière inizia con il personaggio di Sganarello che canta le lodi del tabacco con una tabacchiera in mano, e la cosa la dice lunga. Grazie all'abitudine di Napoleone (che ne consumava un chilo a settimana, l'equivalente di cento sigarette al giorno), fiutare tabacco divenne il passatempo preferito dell'ancien régime. Gli ufficiali di cavalleria, invece, per questione di comodità, maneggiavano solo sigari. Mentre i contrabbandieri nella Spagna dell'800 - i leggendari bandoleros - furono l'anello di congiunzione erotico tra machismo e tabacco. Poi, sarebbe arrivata la pubblicità col cowboy della Marlboro. Come to where the flavour is. È solo questione di gusto. A rendere il fumare una consuetudine, come mangiare o bere, aveva già pensato, con modelli irresistibili come Bette Davis o Fred Astaire, il cinema.

La vita insegna che respirare è aspirare. E la letteratura che aspirare è un'ispirazione. Il tabacco già nel '500 divenne uno dei prodotti preferiti dai poeti cinesi, che fumavano per aiutare l'atto del comporre. Oscar Wilde ne Il ritratto di Dorian Gray scrive: «Una sigaretta è il prototipo perfetto di un piacere perfetto. È squisita e lascia inappagati. Cosa si può volere di più?». E il fumo, in generale, è stato sempre associato ai geni creativi del linguaggio, da Dickens (un tabaccofilo di prima categoria) a Mark Twain (appassionato fumatore di pipa e sigaro) fino a Karl Marx, il quale consumò centinaia di sigari a buon mercato mentre scriveva le sue opere politiche (lui che lasciò detto «L'utilità di una cosa ne fa un valore d'uso»), e Rudyard Kipling (il quale invece ci ha lasciato l'immortale verso «Una donna è soltanto una donna, ma un buon sigaro è una bella fumata»).

Per il resto, una sola notazione. Decenni di doverosi sconsigli medici (e anche, diciamolo, di pretestuoso terrorismo psicologico) ci hanno fatto dimenticare che il tabacco, per mezzo millennio, dalla scoperta dell'America a oggi, ha rappresentato non solo il bene comune più democratico: accessibile a tutti, con poco. Ma anche, incredibilmente, il vegetale più consumato sul nostro pianeta.

Luigi Mascheroni