Così si difende Olindo: in quella casa non c’ero

Nelle carte del processo la nuova strategia di Romano: far valere una intercettazione in cella dove l’imputato risulterebbe estraneo al delitto. <a href="/a.pic1?ID=221125" target="_blank"><strong>Esclusivo: le intercettazioni</strong></a>

Felice Manti e Edoardo Montolli

Sembrava una storia già scritta, già chiusa. Fino a quando Olindo Romano e Rosa Bazzi, i due coniugi accusati della strage di Erba, non hanno ritrattato le loro precedenti versioni davanti al gup Vittorio Anghileri. Ma sulla strage di Erba non è stato detto tutto. Perché questa è una storia dannata. A riaccendere i riflettori su Olindo e Rosa ci sono infatti tre intercettazioni ambientali, registrate nel carcere di Como l’8 e il 10 di gennaio, a meno di un mese dalla strage. Intercettazioni passate in secondo piano dopo la confessione dei coniugi, tanto che furono trascritte solo alla fine di maggio. Ma ora che i due hanno ritrattato, i difensori Luisa Bordeaux e Fabio Schembri sono intenzionati a utilizzarle al processo che si aprirà il 29 gennaio: perché il dialogo delirante captato dalle microspie farebbe supporre che marito e moglie si siano autoaccusati solo perché stanchi di non potersi più rivedere e per giustificare gli indizi a loro carico. L’8 gennaio, infatti, ignari di essere ascoltati, si incontrano per la prima volta in una stanza della prigione. Sono completamente smarriti, tanto che pensano a come dare una sistemata a casa e si chiedono se faranno loro usare il cellulare nella cella. Poi Olindo dice alla moglie che secondo l’accusa Mario Frigerio, il superstite scampato alla strage per miracolo, lo avrebbe riconosciuto. E Rosa resta esterrefatta: «Ma non è vero, non sei salito». Ma c’è di più, ribadisce lui, perché avrebbero trovato macchie di sangue sulla macchina. «Sulla nostra macchina???» fa eco lei. «Sì, sulla macchina. Delle tracce». Pare roba da non crederci. E Rosa chiede nello stesso tono: «Sulla nostra macchina???». Qualcosa non torna. Tanto che Olindo si aspetta che sia l’avvocato a chiarire «bene come stanno le cose», e a far loro capire di cosa siano accusati, rassegnandosi però al fatto che tanto «loro hanno queste cose qui». Come se davvero non sapessero il perché Frigerio l’abbia riconosciuto e perché ci sia sangue sull’auto.
Due giorni dopo, all’incontro successivo, Olindo prende le redini della situazione. Ha metabolizzato le accuse e ha deciso di mettere in atto un piano delirante: siccome non sopporta più di essere separato dalla moglie e la vita in cella, ha deciso di confessare il falso. Così è convinto che li faranno rivedere. Anche se la moglie ripete: «Ma non è vero, non c’è niente». Ormai è andata e le spiega ciò che gli avrebbe detto il magistrato: «Se per disgrazia trovano qualcosa, ti processano e ti danno l’ergastolo. Se invece confessi, hai le attenuanti e il rito abbreviato. Dici la verità, che la moglie non c’entra niente, ti ha fatto l’alibi... E non becchi niente». Inutile che Rosa risponda: «Ma cosa c’è da confessare... Non siamo stati noi». Inutile perché Olindo ha deciso: «Lo so... Aspetta... Per tagliare le gambe al toro... Metti che sono stato io». Però quando sarebbe salito al piano di sopra per compiere la strage, gli chiede due volte la moglie? «Non lo so». Ma qualcosa, sostiene Olindo, dovrà pur dire perché «se facciamo così prendiamo anche dei benefici e ce ne andiamo a casa». E la moglie replica: «Ma non ti pesa?».
Più che il piano di una coppia diabolica, sembra la trama di un film grottesco. Soltanto poche ore dopo, infatti, nell’ultimo colloquio intercettato, Rosa ha preso l’iniziativa: e ha confessato. «Ho detto tutta la verità, son stata io a ucciderli tutti». E la scena diventa surreale: anziché cadere nello sconforto, finalmente fanno progetti per casa, per una stanza con «porta» comunicante, per una degenza in manicomio dove rivedersi. Olindo le chiede come abbia fatto a confessare. E lei, contenta: «Loro mi han detto quello che tu hai detto... Grazie... E io dicevo sì è vero, no non è vero». Ora finalmente tutto è a posto. Hanno parole di affetto per chi li ha interrogati. E Olindo precisa: «Anche io non sapevo come comportarmi perché non sapevo come finiva, poi quello che c’era lì mi ha spiegato tutto e allora... Effettivamente non volevo fare il primo passo senza prima sentire te... Forse stiamo meglio adesso che prima». Se contro di loro non pesasse una macchia di sangue sull’auto e il riconoscimento di Frigerio avvenuto solo una decina di giorni dopo l’aggressione, e con modalità ancora da chiarire, tutta questa storia sembrerebbe pazzesca. Specie se si pensa che di Rosa e Olindo il Ris non avrebbe trovato tracce sulla scena del delitto né nella loro abitazione.