Così si divertono i (vecchi) maestri del rock

Sempre più spesso le grandi star formano band estemporanee. E forse McCartney inaugurerà le Olimpiadi con i Rolling Stones. In italia lo "specialista" è Zucchero. All'estero Eric Clapton e Jack White

Perché dopotutto è un divertimento. Prendi questo, chiama quello, tutti naturalmente eclettici, e così nasce un supergruppo rock. L’ultimo pronto a germogliare - però lo ha per ora annunciato soltanto un tabloid inglese - è il più super di tutti visto che, per l’inaugurazione a Londra delle prossime Olimpiadi, Paul McCartney potrebbe riunirsi ai Rolling Stones. Anno 2012: più o meno mezzo secolo dall’inizio della madre di tutte le battaglie rock, quella che alla fine ha incoronato i Beatles come i più creativi e consegnato a Mick Jagger la laurea in provocazione. Ma la lista è lunga e l’ultimo nato - gli Yoso frutto dell’unione di Billy Sherwood e Tony Kaye degli Yes con Bobby Kimball dei Toto - ha appena pubblicato un disco che peraltro è già evaporato nel nulla. Insomma, dai Traveling Wilburys (Bob Dylan, George Harrison, Tom Petty, Jeff Lynne e Roy Orbison) fino ad Adelmo e i suoi Sorapis con Zucchero, Maurizio Vandelli, Dodi Battaglia dei Pooh più altri maestri, i supergruppi spesso sono lo sfizio di superstar stanche dei cliché o agghiacciate dall’idea di litigare sempre con gli stessi compagni. Requisito fondamentale per partecipare: il curriculum, per forza di alto livello. Prognosi inevitabile: breve durata, altrimenti siamo daccapo. D’altronde nessuno sarebbe riuscito a far convivere per più di un album (Neurotic Outsiders del 1996) una manciata di matti così male assortita come Duff McKagan e Matt Sorum dei Guns N’Roses, John Taylor dei Duran Duran e Steve Jones dei Sex Pistols. Idem per i memorabili Oysterhead con Stewart Copeland dei Police, Trey Anastacio dei Phish e Les Claypool dei Primus. Usa e (purtroppo) getta. L’unica eccezione sono i Crosby, Stills & Nash che vanno avanti dal 1968 facendo più successo insieme che da soli, specialmente se a loro si aggiunge Neil Young. In fondo, si dirà, il supergruppo è l’utopia preferita dal rocker perfetto.
Il sogno di libertà. La voglia di stupire.
Il cantante dei Radiohead, Thom Yorke, gratificato nel 2006 di un album da solista, qualche mese fa ha deciso di portarne le canzoni sul palco con una band stellare: Flea dei Red Hot Chili Peppers, Joey Waronker che ha suonato la batteria con Rem e Beck, il produttore Nigel Godrich e Mauro Refosco, percussionista di David Byrne e Bebel Gilberto.
D’accordo, all’inizio era un giochetto formare un supergruppo: i primi sono stati nel 1966 i Cream formati da Ginger Baker, Jack Bruce e dallo specialista Eric Clapton, che da allora ne ha collezionati altri due (Blind Faith e Derek and The Dominos) toccando livelli creativi e virtuosistici che sono diventati un’aspirina musicale degli anni Settanta. Adesso, ovvio, è più difficile perché gli schemi sono più rigidi, c’è una minore vocazione sperimentale e, per non usare giri di parole, mancano anche i soldini da buttare. Uno dei pochi che non si fa problemi è Jack White, che si prende spesso lunghe vacanze dai suoi White Stripes per fare la spesa nel supermercato del rock. Con i Raconteurs ha allestito le prove generali. Poi con i Them Crooked Vultures ha passato l’esame riunendo in un disco solo (omonimo) addirittura John Paul Jones dei Led Zeppelin, Dave Grohl di Nirvana e Foo Fighters e Josh Homme dei favolosi Queens of the stone age. E infine, per non farsi mancare nulla, ha pure partecipato al documentario It might get loud nel quale, tra l’altro, suona un classico della Band, The Weight, e In My Time Of Dying dei Led Zeppelin con Jimmy Page e The Edge degli U2. Insomma tre grandi chitarristi di tre generazioni diverse perché i supergruppi saranno pure vezzi maniacali frutto di ego ipertrofici ma se non sono esagerati, ma proprio esagerati in tutto, alla fine che gusto c’è.