Così si nega la libertà dell’uomo

Le tesi che Serge Latouche va proponendo sono rappresentative di una visione del mondo che da tempo gode di notevole prestigio nella cultura occidentale. Nel suo opporsi alle concezioni socialdemocratiche oggi prevalenti nel dibattito politico e culturale, l’autore francese si sforza di orientare in senso anti-progressista gli interventi statali. Se in tutto l’Occidente vi è oggi un’economia mista caratterizzata da libertà d’impresa e regolamentazione, proprietà privata e alta tassazione, egli propone di dare un ruolo più rilevante alle autorità pubbliche, cui spetterebbe il compito di costruire le condizioni per una «vita buona». Questo mi pare un primo punto fermo: in Latouche non vi è alcuna seria critica del ruolo ipertrofico giocato dagli apparati statali nella vita sociale, ma vi è anzi la convinzione che quel dominio vada potenziato. Mentre oggi gli Stati si limitano a «controllare» le multinazionali ed «educare» i consumatori, Latouche vuole che l’azione sia più radicale. A suo giudizio, in particolare, le diverse economie vanno confinate in una dimensione locale che le salvi da ogni contaminazione con ciò che è straniero. Bisogna poi che il potere limiti il diritto a intraprendere: intervenendo, ad esempio, sugli orari di lavoro e vigilando al rispetto di simili editti. Agli uomini di Stato si chiede di pianificare un futuro che tagli ogni ponte con l’innovazione e la creazione di opportunità inedite. Purtroppo, Latouche non percepisce le ragioni della libertà individuale. Menger, Mises e Rothbard non sono autori su cui rifletta; e questo spiega perché resti ancorato a una visione del valore del tutto «oggettiva». Come se gli uomini fossero uguali e avessero le stesse preferenze. In tal modo egli ignora che con lo scambio tutti guadagnano: il contadino che cede il grano e l’artigiano che rinuncia a un manufatto. La civiltà procede da questa interazione volontaria la quale migliora le condizioni dei partecipanti e ha luogo spontaneamente, producendo specializzazione e quindi nuova conoscenza. Così, quando condanna l’economia moderna, Latouche mostra di non aver mai seriamente riflettuto sul rapporto tra l’iniziativa individuale e le esigenze altrui a cui l’economia di mercato s’incarica di rispondere. Egli non sa che in una società libera ognuno agisce sempre in vista della soddisfazione dei propri progetti: e questo è vero per l’uomo d’affari, per il missionario, per il poeta. Otium e negotium, allora, non si possono distinguere in maniera rigorosa; ciò che conta, però, è che ognuno di noi possa agire come vuole, senza aggredire il prossimo né subire interferenze. Quella di Latouche sarebbe soltanto una (discutibile) proposta a favore di un determinato stile di vita, se però non fosse costantemente indirizzata ai poteri statali e non chiedesse la negazione di alcuni nostri diritti fondamentali. Nel suo universo, il mondo è una realtà che i politici hanno il diritto di organizzare: e certo non ci sono proprietari da rispettare, perché i titolari sono dipinti come capitalisti votati alla distruzione e al saccheggio, che non hanno alcun titolo a disporre dei loro beni. Quando contesta l’assenza di «senso del limite» che sarebbe propria dell’economia, Latouche non s’avvede nemmeno che l’uomo è naturalmente artificiale: che da millenni esamina i propri limiti ed è costantemente impegnato a metterli in discussione. L’intelligenza, la curiosità e la creatività sono le facoltà umane che lo predispongono a modificare il mondo: che lo hanno portato a dominare il fuoco, a solcare i mari, ad attraversare i cieli. Al contrario, vi è in Latouche una cattiva hybris facilmente riconoscibile nell’intonazione autenticamente collettivista delle sue riflessioni. Se agli uomini è contestata la libertà di intraprendere, innovare e cambiare il mondo, ai politici non viene negato nulla. Per de-umanizzare l’uomo e togliergli la voglia di fare, ogni pianificazione sociale e culturale è da ritenersi legittima. Nell’universo di Latouche, c’è un vero futuro solo per gli uomini di potere. Speriamo che tale predicazione non abbia successo.

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