Così si rischia di travolgere le istituzioni

La storia ci ricorda che quando i poteri sono confusi e perfino i militari finiscono nel tritacarne dello spoil system, i governi diventano dispotici. Il caso Visco è un esempio di «dispotismo» che rischia di travolgere le istituzioni perché i contrappesi della democrazia, il bilanciamento tra i poteri, sembrano essere saltati. Il governo Prodi ne approfitta in maniera spavalda e, a questo punto, il lavoro parlamentare dell’opposizione è fondamentale per ristabilire un corretto rapporto tra i poteri.
La vicenda infatti non può considerarsi chiusa con il putsch di Palazzo Chigi sulla Guardia di Finanza e la temporanea revoca della delega di Visco sulle Fiamme Gialle. Il caso è più che mai aperto, è di estrema gravità perché altera in maniera sostanziale il rapporto tra governo e Parlamento, Autorità politica e Forze Armate. Non si cambia il vertice della Guardia di Finanza di punto in bianco senza consultare l’opposizione, il corpo militare delle Fiamme Gialle in questo frangente non può avere alle spalle l’ombra della longa manus della politica. Di fronte a un governo che fa lotta di classe con il fisco, di fronte allo scenario cupo del caso Unipol, i militari in divisa grigia devono essere tutelati da una politica bipartisan e non con scelte che alimentano il pesante sospetto della ritorsione o, peggio, dell’interesse privato. La Guardia di Finanza, è bene ricordarlo, dipende direttamente dal ministro dell’Economia e ha un ordinamento particolare perché svolge compiti delicatissimi di polizia giudiziaria, polizia tributaria e pubblica sicurezza legati all’ambito economico e finanziario, ha una forza organica di circa 65mila militari, comandi regionali e provinciali, reparti speciali. Non è solo lotta all’evasione fiscale, è anche tutela dei mercati finanziari, polizia valutaria, funzione pubblica e privacy, tutela dalle frodi telematiche, lotta al traffico di stupefacenti, le Fiamme Gialle costituiscono un apparato che ha mezzi sofisticati, alta tecnologia e, grazie alle «lenzuolate» Bersani-Visco, ha accesso ai dati privati di tutti i cittadini, basta spingere un pulsante. È un organismo potentissimo e delicato nello stesso tempo. Una vicenda del genere ne incrina l’immagine di indipendenza, ne mina l’autorevolezza, ne mette a rischio la percezione da parte dei cittadini.
La nota congiunta di Berlusconi, Fini, Bossi e Cesa testimonia la gravità del caso. I leader del centrodestra si sono ritrovati uniti - dopo un periodo di divisioni incomprensibili per il loro stesso elettorato - su un tema che non può lasciare impassibile chi ha a cuore le sorti delle istituzioni. Il richiamo alla Festa della Repubblica e alle parole del Capo dello Stato è quanto mai puntuale e politicamente significativo. Il Presidente della Repubblica non è né un notaio né un potere neutro e per questo aveva sollecitato «per rinnovare la politica e le sue regole (...) confronti e accordi tra le forze presenti in Parlamento». Non ci sembra che l’appello sia stato accolto dal governo e anzi, la frattura tra maggioranza e opposizione si allarga a dismisura perché dove non è riuscito il viceministro Visco - trasferire i finanzieri senza motivo - è invece riuscito il governo rimuovendo il capo della Guardia di Finanza che si opponeva a quel colpo di mano. Una situazione paradossale che alimenterà il fuoco dell’antipolitica e la sfiducia dei cittadini. Governare con metodi dispotici non porta lontano e il centrodestra, di fronte a questo scenario sudamericano, non ha altra strada che quella di intensificare la sua battaglia parlamentare. La mozione in discussione mercoledì prossimo deve essere aggiornata alla luce di questo nuovo scenario, perché il Parlamento non ha più di fronte il caso Visco, ma il caso che riguarda Padoa-Schioppa e Prodi. La maggioranza ora si sente blindata, al sicuro, ma i numeri a Palazzo Madama sono come le foglie in autunno, cadono quando meno te l’aspetti, e un governo che si permette atti di questa gravità e arroganza non può raccogliere il voto dei rappresentanti della Camera Alta, ove siedono anche tre ex Capi dello Stato, senza un serio esame di coscienza.
Mario Sechi