Così si scatena l’ala Furiosa

La sinistra scricchiola, Furio Colombo ha le vampate di calore, Nando Dalla Chiesa torna in campo e chiama tutti davanti al Palazzo di Giustizia da lui inteso come gogna politica. Polemizzare? Francamente ci siamo perduti nel dilagante spurgo dell’ex direttore dell’Unità, di cui abbiamo apprezzato la buona volontà, le citazioni e la rilettura del sussidiario scolastico. E di Dalla Chiesa abbiamo capito che ha trovato la via della speranza per tornare in campo e la politica è fatta così, tu lasci un vuoto e un altro ci fa subito il picnic. Che sta succedendo? Due cose, fondamentalmente.
La prima è gravissima e la seconda è patetica. La cosa gravissima è che l’ala furiosa della sinistra non ha la minima esitazione a giocare la sua partita delegittimando tutto: il campo, gli arbitri, gli spettatori, ovvero il Parlamento, le cariche istituzionali a cominciare dal Presidente della Repubblica e il popolo sovrano. Questi, il popolo sovrano, non sanno neanche che cosa sia, non gliene importa assolutamente niente dell’elettorato e pensano che se ha votato Berlusconi è un elettorato da buttare, da vilipendere, da uccidere, non da rispettare.
La cosa patetica è che a loro non importa assolutamente nulla del Paese, dei suoi problemi e della gente e cercano – quelli della sinistra furiosa – di riaprirsi uno spazio, di conquistare un passaggio a Nord Ovest, a fare tattica, teatro, manfrina e impedire che si faccia politica.
Partiamo dalla giustizia. È una conquista della democrazia il primato del popolo: il popolo è l’unica e sola fonte di legittimità. Non ce ne sono altre. La fonte della legittimità genera delle legittimità subordinate: i membri del Parlamento, i presidenti regionali, i membri di tutte le assemblee elettive. Quando i Parlamenti cominciarono a funzionare dovettero sfidare i poteri che non avevano legittimità popolare: il re, il clero, la nobiltà, i giudici. La Rivoluzione francese si è articolata sul conflitto fra i legittimati e gli «Stati», cioè chi viveva di posizioni di privilegio.
Per l’ordine naturale delle democrazie i giudici, a meno che non siano eletti dal popolo, sono totalmente subordinati ai Parlamenti e applicano le disposizioni e le leggi che i Parlamenti emanano, come emanazione del popolo. Non esiste, come si va blaterando, un conflitto fra «poteri». In democrazia il «potere» è uno solo: ce l’ha il popolo e lo delega in suo nome. Punto e fine della storia. Di solito nelle democrazie coloro che portano sulle spalle il peso della legittimazione popolare poiché rappresentano il popolo non sono soggetti all’azione dei giudici: essi «sono» il popolo e sono sacri, non possono essere incatenati, mentre incatenare i politici della parte opposta è esattamente il programma politico di chi vuole – come Nando Dalla Chiesa - sostituire nella simbologia della legittimità il Palazzo di Giustizia con il Palazzo del Popolo, o Parlamento.
Naturalmente ciò accade perché Veltroni non sa giocare questa partita. Ha lasciato alla Camera spazio ai dipietristi che hanno occupato tutta la prateria dell’antiberlusconismo viscerale, e gente come Furio Colombo al solo vedere una cosa del genere gli vengono le furiette e si indigna tutto.
Ma Veltroni non riesce a supplire con una idea forte, un progetto entusiasmante – politico – il vuoto elettorale, la sconfitta che con il marchio delle elezioni siciliane si sente addosso come se avesse perso Reggio Emilia e tutti lo guardassero storto. In effetti tutti lo guardano storto ma non perché perde: lo guardano storto perché si fa imprigionare dai ricattatori della guerra di potere e per ora non sembra avere le palle per imporre una leadership forte, che faccia sognare il suo popolo.
È chiaro che se al popolo dai la polpetta avvelenata dell’antiberlusconismo tossico, quello in parte se la mangia, poi vomita, poi piange di disperazione per l’impotenza, ma si sente rincuorato. Ed è lì che entra in campo il neogiustizialismo dei Paolo Flores, dei Colombo, dei Dalla Chiesa: il neogiustizialismo nasce e divampa perché hanno sentito l’odore della paura di Veltroni. Veltroni non ha avuto la forza di dire che le proposte di Berlusconi in materia di giustizia sono giuste perché proteggono la democrazia e si è fatto prendere in contropiede da coloro che muoiono dalla voglia di tornare ai vecchi schemi propagandistici che non portano da nessuna parte, ma saziano l’ego, l’abbuffano di gratificazioni senza storia, come la panna montata. Veltroni non ha saputo dire di no ai vassalli e ai valvassori che si sono presentati sotto il suo traballante trono portando coppe di veleno e bevande tossiche e lui ha brindato con loro perché si sente debole.
In questo modo per forza di cose, forze fisiche, o chimiche o geometriche, perché la politica non contiene spazi di fantasia tranne che per i grandi leader, il terreno di gioco si sta ricomponendo secondo vecchi schemi che taglieranno sempre più fuori Veltroni e allontaneranno sempre più il grande obiettivo della pacificazione e della riconciliazione nazionale: a leader debole rispondono mezze tacche infuriate e le mezze tacche infuriate sono assetate di spazio, di visibilità, di sangue, di ghigliottine, di gogne, di Palazzi di Giustizia trasformati in templi della punizione del nemico, sono assetate dalla voglia di togliere al popolo traditore e mascalzone il primato della politica visto che il popolo invece di dare retta a loro vota per Berlusconi, ciò che ai loro occhi delegittima definitivamente il popolo.
Dunque il problema e la soluzione del problema sono entrambi nelle mani di Veltroni. Saprà il vecchio Uòlter capire che se non impara a fare il leader che dice di no, che caccia, che chiama, che inventa e sa convincere, non è finita soltanto per lui ma è finita per la speranza della nuova democrazia delle ferite sanate?
Guardi Veltroni, legga gli articoli di Colombo, e capisca che cosa si prepara dietro le sue spalle: la «Resistenza» al duce che non c’è, al fascismo che non c’è, al razzismo che non c’è, e al Parlamento che c’è, all’Italia che c’è. Uòlter, datti una mossa e fai vedere che sai ricostruire la sinistra, perché se non lo saprai fare alla svelta, la prossima testa sulla picca sarà la tua e già vediamo affilare i coltelli.
Paolo Guzzanti