Così un sogno antico finisce in pattumiera

Arrivando dalla periferia sud di Milano, è come entrare in un sogno. Si esce dal groviglio di svincoli, capannoni, «rotonde» di cemento, ipermercati, depositi, si lascia la terra perduta suburbana e si è in un angolo di Italia, quella vera: l’abbazia romanica, il convento, i pioppi, i cascinali di mattoni rossi. D’autunno si levano bianchi fiati dalle rogge, «alto volando i corvi», (scriveva Ada Negri) attraversano i campi umidi. I sogni una volta morivano all’alba. Viboldone rischia di morire ogni momento e già da anni, perché da anni, come denunciato dalla badessa, sul borgo medioevale si appuntano feroci appetiti immobiliari. Inutilmente madre Maria Ignazia Angelini va ripetendo che Viboldone deve rimanere com’è, che non può trasformarsi in un complesso residenziale: «Un monastero ai bordi della città ha un senso solo se l’aria che vi si respira, l’ambiente intorno sono in armonia con lo spirito monastico».
Madre Maria Ignazia non è Alberto Asor Rosa, Viboldone non è Monticchiello. Non sappiamo se la sua voce così intonata nei canti del vespro, riuscirà mai a giungere alle orecchie, non dico degli amministratori del comune di San Giuliano, per carità, ma almeno a quelle della Sovrintendenza lombarda ai beni architettonici e ambientali. Che sarebbe bene si svegliasse, prima che civettuole palazzine nei più improbabili colori distruggano per sempre il fascino di un insediamento prezioso per valore storico, estetico e spirituale. Preziose le vecchie cascine? Il locale assessore all’urbanistica cade dalle nuvole. In accordo con un altro amministratore, il sindaco di Tavernago nel Piacentino, altro antico borgo minacciato. «Ma via - ha dichiarato qualche tempo fa la signora Lucia Bongiorni a un giornalista - non siamo mica in Toscana qui! Qui è tutta campagna!» «Solo» campagna, qualcosa che si può buttare via. Insieme a quello che resta dell’Italia.