Così sono tornato a vincere in pista e fuori

Scrivo da Sepang, dove ho appena vinto la nona gara della stagione MotoGP 2008, dopo aver già conseguito l’ottavo titolo mondiale della mia carriera.

Riassumendo, non mi sono ancora svegliato da un sogno che, nel frattempo, è divenuto realtà. Il mio sogno non era quello di uscire dalla crisi sportiva e personale che certamente conoscete. Uscire dalla crisi non era un sogno, era una certezza: sapevo che ne sarei uscito. I sogni però, purtroppo, non bastano per uscire dalle crisi. Serviva essere svegli, anzi sveglissimi, stringere i denti, chiudere un occhio, talvolta entrambi, di fronte alle tante parole scritte, dette, gettate al vento per raccontare le mie sfortune, i miei “guai”, e... tirare fuori gli attributi. Il “sole” non se n’era andato. Il “sole” era stato oscurato dal buio profondo della crisi stessa, e io lo sapevo. Dovevo solo cercare il sole.

Il sogno vero, invece, era quello di uscire dal momento “meno vincente” della mia vita nel modo che si addice agli Uomini: testa alta, lavoro, cuore in mano, lavoro, memoria lunga, lavoro, concentrazione fissa sull’obiettivo e ancora lavoro! Ma anche così, probabilmente, non ce l’avrei fatta. Serviva ancora qualcosa: il fattore “I”, il fattore Italia. Per uscire dalla crisi, innanzitutto, dovevo tornare in Italia e tornare ad essere Italiano a tutti gli effetti, non solo sulla carta d’identità. Non ho mai visto un albero crescere sano e forte a 2000 chilometri di distanza dalle sue radici. E con tutti i viaggi che ho fatto, non ho mai visto alberi più belli di quelli di casa mia.

La “casa”, nel senso più italiano del termine, la famiglia, gli amici, il caffè al bar, la briscola... Sono ripartito da lì. E da lì, con ferocia, ho ripreso il controllo pieno e totale della mia vita, della mia moto. Perché sono Italiano! E, come tutti gli italiani, ho risorse infinite, un coraggio da leoni, una marcia in più. Ho pagato dazio e ho azzerato i conti, ho cominciato a lavorare duro e, visto che da soli non si va da nessuna parte, mi sono circondato di persone che mi comprendono con uno sguardo e ho preteso che chi lavorava CON me lavorasse anche COME me: tanto e forte.

Non ho vinto solo in pista: ho vinto anche le critiche e le lungimiranti previsioni di chi mi dava per finito. Lo sanno anche i bambini che non bisogna dare giudizi troppo affrettati... Ma soprattutto ho cambiato tante cose (non solo le gomme!) e... ci ho messo la faccia (non solo sul casco!). Ho anche imparato a perdere, in tutti i sensi, e ho compreso ancora meglio il significato e il sapore della vittoria. Perché sono Italiano e l’inno Italiano è quello che si aspettano di sentire le migliaia di tifosi che vengono alle gare e che mi aspettano per ore davanti a casa o al motorhome. E che non hanno mai smesso di farlo, ovunque nel mondo. Sento la responsabilità di quell’inno, che non è solamente la celebrazione delle mie vittorie, bensì un messaggio forte e chiaro a tutti i miei rivali: ha vinto un Italiano! Ho visto tifosi americani, francesi, tedeschi inneggiare all’Italia sulle note di Mameli. Sapevano quello che stavano facendo...

Sono Italiano e ne sono fiero. Porto il cognome più italiano di tutti, e ne sono fiero. Ho perso, e invece di subire la sconfitta con dolore, ne sono andato fiero. E da lì sono ripartito, per riprendermi ciò che mi era stato tolto. Sono un ragazzo italiano di ventinove anni che non se la sente di dare consigli a nessuno. Perché il mio lavoro è ciò che ho sempre voluto fare in vita mia, e quindi sono un privilegiato. Però ho fortemente voluto quello che ho ottenuto. Ho lavorato sodo, ho sbagliato, sono caduto, mi sono rialzato e ho vinto di nuovo. E non è ancora finita... Ho accettato con piacere l’invito de il Giornale a dare un contributo “sull’Italia che ce l’ha fatta”. Ho dato con piacere un contributo all’Italia, facendo bene il mio lavoro. L’Italia ce l’ha fatta ancora una volta. L’Italia ce la farà tante altre volte.
Parola di Italiano.
Valentino Rossi