Così sparisce solo la munnezza di Bassolino

L'arroganza del governatore immobile: davanti alla sua casa in via Posillipo gli spazzini passano e, in una Napoli sommersa dai rifiuti, è un angolo di pulizia. <a href="/a.pic1?ID=262371" target="_blank"><strong>La città si ribella: roghi e sassi contro i vigili del fuoco</strong></a>

È lì, non fa nulla e non si vergogna di nulla. Non solo non se ne va, ma butta in faccia ai suoi sudditi secoli di arroganza. Il governatore Bassolino ha deciso di affrontare la munnezza con un’antica massima napoletana: futtetinne. L’importante è che la puzza non arrivi fino a casa sua. La città, e tutta la vecchia Campania felix, sprofonda nei sacchetti neri, nel letamaio dei rifiuti, barattoli, pezzi di pomodoro, carni mezze putrefatte, bottiglie, marciume vario, elettrodomestici arrugginiti, liquami, torri di avanzi che sembrano la rivisitazione in chiave situazionista degli incubi di Francisco Goya. Napoli è l’apocalisse nell’era dei discount. Il governatore guarda tutto questo e fa come quelli che nascondono la sporcizia sotto il letto o il tappeto. Lontano dagli occhi, lontano dal marcio.
Ogni volta che la gente per strada sguazza tra la munnezza, con le solite scene di rabbia, le maledizioni, lo sconforto di chi ha smesso di credere perfino a San Gennaro, Carmine Spadafora, il corrispondente da Napoli, va a vedere cosa accade a casa Bassolino. Arriva in questa strada larga e lunga, e puntualmente tira un rosario di maledizioni. Niente. Qui non c’è traccia di munnezza. I cassonetti sono vuoti, l’asfalto è una passerella, i marmi brillano, non c’è una cartuccella, un mozzicone di sigaretta, una macchia d’olio. Sembra la stazione ferroviaria di Vienna. Un miracolo napoletano. Anzi O’miracolo, con la O maiuscola. La stessa scena si ripete nel palazzo del governatore, la sede della Regione. È sempre così. Ogni volta. E ogni volta uno pubblica le due fotografie. Qui la munnezza, lì la protervia del potere. Bassolino non fa neppure finta. Il suo è un puro schiaffo alla munnezza altrui. Ricorda un vecchio film di Nanny Loi. Un poveraccio chiede un avanzo di cibo davanti al ristorante: «Non mangio da tre giorni». E l’altro, satollo, con la camicia bianca, e la cinta dei pantaloni stracciata, che replica: «Beato te, io mo’ schiatto».