Così sprechiamo quasi metà del nostro oro blu

Il 40% dell’acqua che scorre nei tubi va sprecata, si disse nel 1994, spiegando che era ora di passare a una moderna gestione della preziosa risorsa idrica. Quattordici anni dopo una relazione destinata al Parlamento fa il punto sulla riforma che ha stravolto in tutta Italia la gestione dell’acqua. E la prima cosa che balza all’occhio è che, dopo tanti sforzi, l’acqua sprecata è ancora valutata il 40%.
Non che in questi anni non ci siano stati cambiamenti. Innanzitutto i gestori dell’acqua, che in Italia erano 12.500, sono stati accorpati in soli 100. Le tariffe in generale sono salite di parecchio, ma per il 21% della popolazione vige ancora il vecchio regime tariffario e gestionale, con svantaggi dal punto di vista dei servizi. Per gli altri, il costo medio della bolletta dell’acqua per una famiglia di tre persone, stando alla relazione, è di 250 euro l’anno. Ma non mancano punte molto più alte, fino a sfiorare i 600 euro.
Il capitolo più nero è quello degli affidamenti: il Paese è stato suddiviso in 92 organismi di gestione, gli Ambiti territoriali ottimali, dei quali 91 si sono insediati, ma solo 67 hanno poi effettivamente affidato il servizio a una società di gestione. E solo in pochissimi casi lo hanno fatto in modo trasparente, attraverso una gara d’appalto. «I casi di veri affidamenti del servizio idrico effettuati sulla base di confronti competitivi sono solo sei in tutta Italia», per una quindicina a società mista c’è stata una gara che ha riguardato il partner privato mentre gli altri sono a procedura diretta». Non per niente 64 Ato sono sotto inchiesta da parte dell’Authority per i lavori pubblici.
Il voto finale è un «insoddisfacente», anche se, si specifica, la riforma «può costituire la premessa per un moderno servizio dell’acqua», con una «road map» che corregga le inefficienze. Dopo 14 anni, insomma, l’Italia fa ancora acqua.