Così "lo Squalo" è diventato lo zio Rupert

A me Murdoch piace moltissimo, ma perché piace a Repubblica? Come mai colui che era fino a poco fa “lo squalo” oggi è diventato lo zio Rupert? Noi, che conosciamo i nostri polli dell’ex casamadre di piazza Indipendenza (oggi in una lontana discarica industriale sulla Colombo) e sappiamo quali alti principi ispirino alcuni orientamenti, siamo disorientati e dunque curiosi. Vorremmo anche noi porre una decina di domandine facili facili a questo baluardo della libera informazione grazie al quale quella privatissima congrega di suoi lettori che si fa chiamare Freedom House ci relega al livello del Togo, che i toghesi ci perdonino.

Dunque, ecco che dopo aver giocato a piattino con Prodi e a rimpiattino con il Times di Londra sulle amene interviste in cui si confondono il Lord dei cieli con i più modesti lords terrestri, i redattori di Carlo De Benedetti scoprono che lo squalo non è affatto male. Ed è lì che ci troviamo confusi e non comprendiamo: Murdoch edita The weekly standard di cui sono un devoto abbonato e lettore, fa crociata per gli anglosassoni contro i mangiapatate e mangialumache europei. E Repubblica? Perché fa il tifo?
Ma, si dirà, Murdoch ha mandato rudemente a quel paese (con parole che non ripeto) Silvio Berlusconi e dunque, per il principio transitivo secondo cui i nemici dei miei nemici sono miei amici, ne consegue che i repubblicaroli se lo vorrebbero mangiare di baci, lo squalo, perché è un samurai dell’antiberlusconismo militante. Ma è una balla e i repubblicani lo sanno benissimo. Zio Murdoch era in rotta con il principe di Arcore da un bel pezzo, e per loro sempre “squalo” era. Un anno fa, 25 aprile del 2008, uscì una violenta enciclica redatta da quell’angioletto custode della corretta informazione che si chiama Alexander Stille - un campione dell’“accuracy”, ovvero dell’esattezza giornalistica – il quale elencava le malefatte dell’editore Murdoch descrivendone usi e costumi quando riesce a mettere i piedoni in sacre redazioni come quella del Wall Street Journal.

Come lo descrive? Una belva. Uno che dava la linea ai direttori a pedate nel sedere. Uno che fa nelle redazioni e delle redazioni quel che gli pare, uno che se ne infischia delle tradizioni, delle identità, dell’autonomia, della correttezza politica, uno che ride in faccia agli intellettuali, uno che politicamente detesta la gente di sinistra cui è allergico, uno che politicamente detesta l’Europa cui è allergico, uno che vomita soltanto a sentir pronunciare il nome di Francia e Germania cui è allergico, uno che ai tempi della prima guerra fredda i comunisti se li mangiava a colazione e oggi se ne scoprisse uno in casa lo frullerebbe fuori della finestra, insomma uno così.

E allora? Se oggi sfogliate le paginotte repubblicotte vedete tutto uno sfrigolio, un allusionìo, un ammiccaggio, un gomita-tu che gomito-io, diretto a Murdoch, lo zio Rupert. Ora, se quei poveri repubblichieri avessero alle loro spalle un editore con soli interessi editoriali si potrebbe speculare sulle numerose voci che vorrebbero lo zio Rupert fare gli occhi dolci proprio allo zio Carlo per prendersi la zia Repubblica. Ma lo zio Carlo di interessi ne ha tanti, non soltanto editoriali, per cui speculare è una perdita di tempo, almeno per noi che non sappiamo mai che cosa c’è dietro.

Lo zio Carlo infatti è un industriale multitasked, pieno di variegati interessi, tanto che il figlio Rodolfo gli rimprovera proprio questa fissa dei giornali che secondo lui sono una perdita di tempo e di soldi. Che lo zio Carlo per far contento il bimbo Rodolfo voglia vendere? Pare difficile, ma le voci circolano e qualcuno trema, qualcuno si tocca, qualcun altro, come sempre accade, prepara il terreno (hai visto mai?).

Sta di fatto che la recente linea editoriale della repubbliconza dimostrerebbe, o almeno lascerebbe adito alla fantasia che grandi manovre siano in corso e che sia partito l’ordine di flirtare con lo Squalo e anzi slinguazzarlo, lui e le sue testate (giornali e colpi di testa) accreditandolo come un padrone magari un po’ burbero (e sia), magari appena un tantino schiavista (ma che vuoi, di questi tempi), uno che sull’indipendenza dei giornali e dei giornalisti ci balla la czarda sputacchiando ossa di olive, ma comunque ancora un solido e tosto colosso molosso grosso e piacevolmente ringhioso. Del resto è uno che crede nella notizia venduta al dettaglio su internet e non sul giornalone di carta da mezzo chilo che te lo porti a casa e poi lo butti. Niente carta. Niente linee politiche. Vuoi sapere che è successo? Paga e lo saprai. E i giornalisti? Piccoli manovali della miniera come i sette nani dei fratelli Grimm. Ebbene: incredibile a dirsi, allo stato attuale tutto ciò a Repubblica piace. Dà un certo frisson. Scuote col brivido della novità affascinante quanto la roulette russa,

Del resto, se ricordiamo bene, anche il verdone Pecoraro Scanio - uno cui Napoli deve tanto - era affascinato da questo capitalista australiano che vuole sentire parlare soltanto inglese, pensare soltanto con criteri anglosassoni, imporre a nerbate (editoriali) le linee di un Occidente americano e forte, una linea dura che sembra quella di Jack Bauer, l’eroe di “24” interpretato da Kiefer Sutherland. Ripeto: tutta roba che a me, amerikano col kappa, piace da morire, ma quei poveri repubblichettini, perché lo fanno? Chi gliel’ha ordinato? Dov’è il trucco? Repubblicanti, ce l’avete uno straccio di comitato di redazione? Usatelo. Vi siete posti domande fatidiche, tipo chi siamo, da dove veniamo e dove cavolo stiamo andando? Sono interrogativi esistenziali, ma anche domande che la gente si pone. Io ricordo ancora l’assemblea lacrime e sangue che facemmo noi della prima “Repubblica”, quando zio Eugenio ci vendette a zio Carlo, tanto che a zio Giorgio (Bocca) gli venne quasi un coccolone dalla furia. Lì cominciò un processo di cui ognuno vede la storia e la traiettoria. Ma nessuno intravedeva ancora il finale di partita. Ora qualcosa si vedicchia, e francamente sembra un film horror con un tocco appena un po’ comico, ma neanche tanto.