Così è stata scoperta la clinica degli orrori

In un esposto anonimo presentato da un dipendente della Santa
Rita la denuncia della truffa e dei maltrattamenti ai malati. <strong><a href="/a.pic1?ID=269832" target="_blank">Nelle due pagine</a></strong> i sospetti che hanno fatto partire
le indagini: &quot;I degenti ricoverati per interventi banali convinti a
subirne alcuni molto più gravi&quot;

Milano - Questo è il punto zero. Qui, è dove tutto ha inizio. Questa è la voce di chi vede, e decide di non tacere, come invece altri hanno fatto. Così nasce uno scandalo. È dall’interno della casa di cura Santa Rita che arriva l’input. Il primo. Due pagine, due soltanto, che sono un indizio. Da quelle due pagine inizia un’inchiesta lunga due anni, fatta di indagini, testimonianze, intercettazioni, analisi, consulenze. È il vaso che si scoperchia con una denuncia. Anonima. «Venite - dice la lettera ai finanzieri -, venite a controllare».

Marzo 2006, giorno 22. È mercoledì. Agli uffici del Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Milano arriva una lettera. Sulla busta non c’è alcun nome. Dentro, due pagine battute a macchina e indirizzate al comandante della Fiamme gialle. Un titolo. «Nota informativa: le truffe della sanità privata convenzionata con la Regione - clinica santa Rita - via Catalani 15 - via Jommelli 17 - Milano». Quella lettera, ora, è stata depositata dai pubblici ministeri Grazia Pradella e Tiziana Siciliano assieme ai ventiquattro faldoni degli atti di indagine. La stessa che, lunedì 16 giugno, ha portato all’arresto di quattordici persone, con le accuse a vario titolo di truffa al sistema sanitario nazionale e - soprattutto - di omicidio volontario aggravato. Un esposto - di cui il Giornale è in possesso - che avrà conseguenze impensabili.

Perché ciò che si legge è una minima parte di quello che l’inchiesta porta alla luce. Ma il senso non va lontano dagli ultimi esiti investigativi. «I pazienti sani trasformati in invalidi», è il secondo capoverso. «Decine di validi professionisti - scrive ancora l’anonimo -, medici e infermieri professionali, sono stati costretti a lasciare il lavoro in Santa Rita perché si sono rifiutati di aderire alle disposizioni della Direzione sanitaria per pratiche dannose ai pazienti». «Pratiche - viene sottolineato - inventate per derubare la Regione». È un’accusa grave, e rivolta esplicitamente ai vertici della casa di cura. Ma a due anni di distanza, quelle parole sembrano trovare conferma dai primi interrogatori dei medici arrestati, che al giudice per le indagini preliminari e ai due pm dicono di aver più volte sollevato il problema con la direzione della clinica. Inutilmente.

Sta agli investigatori, a questo punto, far cadere il velo. Nonostante il silenzio ovattato che avvolge la clinica Santa Rita, e quel clima di «omertà» denunciato nei giorni scorsi dagli inquirenti. Anche perché quel che si legge nella denuncia anonima è la punta dell’iceberg. La Guardia di finanza - che in Lombardia si occupa di inchieste sulla sanità fin dal 1996, dai tempi di Giuseppe Poggi Longostrevi, accusato di corruzione ai danni delle Asl - non lascia cadere nel vuoto la denuncia. E inizia un complesso lavoro di indagine.

Primo, esaminando i dati forniti dall’assessorato alla Sanità della Regione Lombardia relativi alle Sdo (le schede di dimissione ospedaliera) del 2005. Poi, isolando i dati dei codici Drg (Diagnosis related group) maggiormente utilizzati nel corso dell’anno dalla casa di cura, e confrontandoli con quelli di altri ospedali della provincia di Milano. Quello che emerge è che la denuncia anonima è un po’ vaga, che presenta delle imprecisioni, e che alcuni aspetti vengono addirittura definiti «di non particolare interesse operativo». Però c’è qualcosa di vero. E tanto basta, ed è da lì che si parte.

Un’informativa della Gdf, infatti, sottolinea come «approfondendo l’analisi delle Sdo sono state rilevate alcune incongruenze che, fanno ritenere verosimile la redazione in maniera “opportunistica” delle cartelle cliniche» così da «richiedere, e ottenere, maggiori rimborsi dalla Regione Lombardia, in relazione alle cure e all’assistenza medica realmente prestata ed erogata». Interventi agli occhi, all’utero, insufficienze cardiache, alterazioni dell’equilibrio, e casi di decesso. Troppi casi. Solo nel 2005, il 13 per cento di tutta la Lombardia si registra nei 19 letti del reparto di riabilitazione della Santa Rita. Eccessivi, per non scavare ancora. E così avviene.

In un primo momento, l’indagine si concentra sulla presunta truffa al sistema sanitario nazionale. Un caso non isolato nella Regione, considerando che negli ultimi due anni in particolare la Procura e le Fiamme gialle hanno aperto fascicoli su fascicoli riguardanti le cliniche convenzionate. Di queste, due soltanto negli ultimi dieci giorni. Oltre alla Santa Rita, infatti, tocca anche al San Raffaele. Due indagini che, tra l’altro, hanno permesso di sequestrare e recuperare qualcosa come sei milioni di euro considerati come l’illecito profitto dei rimborsi gonfiati. Ma mai - fino a quest’ultima operazione - il pozzo era sembrato così profondo. E per toccare il fondo, ci sono le telefonate. Intercettazioni, a centinaia. E il quadro è diventato completo. Casi che - se provati - aprono un baratro. Decine di episodi. E «si può continuare all’infinito». Così concludeva l’anonimo, il 22 marzo del 2006. E quello che a lui - quel mercoledì - sembrava la fine, è stato solo l’inizio.