Così lo Stato regala ai petrolieri l’oro nero lucano

Ma lo sa il premier Monti (e quelli che lo hanno preceduto) che il petrolio lucano - se fosse venduto a prezzi di mercato, e non svenduto com’è adesso - ripianerebbe in breve gran parte nel nostro debito pubblico? Ad esempio, in un anno, i 70 miliardi frutto dei potenziali proventi dell’oro nero «made in Basilicata» già compenserebbero i 24 miliardi della manovra in corso e persino degli ulteriori 20 miliardi paventati per la primavera 2012.
Da un governo di «bocconiani», iscritto d’ufficio al Club Bilderberg, sarebbe lecito attendersi un intervento in questo senso. Invece è facile far cassa raschiando il fondo del barile delle pensioni dei povericristi; più complesso raschiare il fondo dei barili (di petrolio). Quando sono in ballo i patrimoni delle «Grandi Sorelle», allora fanno tutti i distratti. O peggio: si alleano, in una sorta di consociativismo macchiato dal greggio e da iniziative giudiziare che hanno scoperchiato verminai di corruzione (nell’inchiesta «Totalgate» si parla espressamente di «sistematiche pratiche illegali»). Così sinistra centro e destra fanno scudo nel Far West degli idrocarburi. Col cartello delle compagnie petrolifere che mostra una scritta emblematica: «Grazie per far arricchire solamente noi!». Non è una boutade, ma la pura verità. Accade in Basilicata, dove ci sono i giacimenti petroliferi più grandi d'Europa su terraferma e attualmente circa il 90% del territorio della regione Basilicata è interessato da perforazioni, da permessi di ricerca, di coltivazione e da istanze di permessi di ricerca delle compagnie petrolifere. Da 15 anni qui - nella Val d’Agri e nella Val Camastra - si estraggono 80mila barili di petrolio al giorno (l’equivalente di circa 210 milioni di euro al mese) in cambio delle royalties più basse al mondo. Le royalties sono una forma di «compensazione ambientale» pagata dalle holding petrolifere per i danni causati dalle perforazioni del sottosuolo (di proprietà dello Stato) e dalle attività estrattive.
La Basilicata riceve per il «suo» petrolio (pari all’80% della produzione nazionale di greggio e al 6% del fabbisogno energetico italiano) un’aliquota del 7% (così ripartita: 30% per lo Stato, 55% per le Regioni, 15% per i Comuni) sul valore dei barili prodotti: un’inezia, considerato ad esempio che Libia e Indonesia incassano l'85%, Russia e Norvegia l'80%, Alaska 60%, Canada 50, Kazakistan e Nigeria 45%.
Uno scandalo di cui i principali organi di informazioni sembrano non comprendere le dimensioni. L’Eni (uno degli enti concessionari che, insieme alla Total, gestiscono i pozzi lucani. Ma in «lista d’attesa» ci sono pure Shell, Mobil, Esso, Edison gas ed un folto manipolo di imprese minori) precisa: «Noi rispettiamo solo le leggi, ci chiedono il 7%? E noi gli diamo il 7%». Intanto i lucani sono alle prese con l’ennesima beffa: la card-benzina, un bonus che dovrebbe garantire agli automobilisti un risparmio annuo di 90 euro al momento di fare il pieno. La scheda (tipo bancomat) è arrivata tramite Poste agli aventi diritto, ma - a tutt’oggi - risulta «vuota»: insomma, zero euro caricati. Ma anche quando il benefit sarà accreditato, ricorderà molto da vicina l’elemosina del comandante Achille Lauro che negli anni ’50 elargiva ai napoletani scarpe e pacchi di pasta in cambio di voti. In Basilicata si tornerà alle urna l’anno prossimo. Molti lucani stanno rispedendo il bonus-benzina al mittente. La dignità vale molto più di un pieno di benzina.