Così Steinbeck colse lo spirito di un popolo

È doloroso criticare qualcosa che si ama, e più lo si ama, più si soffre. John Steinbeck soffrì parecchio quando - un paio di anni prima di andarsene, nel 1968 - distillò quei saggi straordinari raccolti sotto il titolo L’America e gli americani che la casa editrice Alet, a quarant’anni dalla morte del narratore di Salinas, ripubblica insieme a un gruppo di altri scritti mai tradotti prima in italiano. Uno dei libri più belli sullo «spirito» dell’America. Sul «senso» dell’America. Su «che cosa è» l’America.
Criticando, pungendo, sferzando la sua terra - complicata, paradossale, cocciuta, crudele, preziosa - Steinbeck spiega ai figli più giovani di quel Nuovo mondo (e spiega a noi del Vecchio: la sua lezione è attualissima) molte cose. Spiega come in quattrocento anni di duro lavoro e di spargimenti di sangue si sia formata l’identità americana: una stirpe unica che ha radici in tutte le razze, dove le somiglianze hanno avuto la meglio sulle diversità, «una società nuova, tutt’altro che perfetta, ma forte di tutte le sue imperfezioni», ecco il senso del motto e pluribus unum. Spiega il tratto fondamentale di un popolo «inquieto, insoddisfatto, in continua ricerca», che passa il tempo alla conquista della sicurezza, e quando ce l’ha la detesta, che esagera in tutto, anche nelle virtù, tanto che un astemio non si accontenta di non bere, deve far smettere tutto il mondo; che pensa che il suo governo sia stupido, arrogante, disonesto, ma nel contempo è profondamente convinto che sia il migliore del mondo, tanto da imporlo a chiunque altro. Spiega il paradosso secondo cui l’americano sostiene con orgoglio di fondare le proprie scelte politiche su problemi reali, e poi «vota contro qualcuno per la sua religione, per il suo nome o per la forma del suo naso». Spiega, a proposito del celebre e funesto sogno americano e dell’American way of life, che il fatto stesso di avere questo sogno significa che può avverarsi, e tanto basta.
E poi spiega cos’è stata la schiavitù (un trauma che non sarà superato finché non si riuscirà più a ricordare se la persona con cui si è appena parlato per strada era bianca o nera); spiega come l’America, sprofondata nel materialismo, sia al limite del decadimento morale e dell’esaurimento nervoso (il punto è che nessuno più si assume le proprie responsabilità: sono scomparse integrità, etica e carità). E spiega, infine, perché nonostante tutto rimanga fiducioso: perché l’America non si ferma mai. «Non siamo mai stati fermi per molto, non ci siamo mai accontentati di un luogo, di un edificio, né di noi stessi».