Così stragisti e stupratori hanno distrutto Contrada

Per i giudici l'accusa di 17 ex mafiosi conta di più della parola di 112 uomini delle istituzioni. Ai pentiti è stata data massima fiducia anche per le dichiarazioni "de relato"

La parola di 17 pentiti di mafia non solo vale più di quella di 112 uomini dello Stato che in aula hanno testimoniato a favore di Bruno Contrada, ma resiste ancor oggi inossidabile di fronte all’assenza di qualsiasi riscontro probatorio. Al processo all’ex funzionario del Sisde, infatti, le prove contro lo sbirro colluso non sono mai state trovate. Ci si è limitati a prendere per oro colato le versioni (sempre rivedute, corrette, aggiustate) di assassini, stragisti, rapinatori, estorsori, trafficanti di droga, stupratori: la feccia della mafia che a un certo punto ha pensato bene di salvare la pelle collaborando con la giustizia a cui ha offerto brandelli di verità e tonnellate di menzogne. Fatti processualmente rilevanti, a carico dell’imputato Contrada, non esistono. Non sono mai esistiti. Lo stesso pm Morvillo in apertura di dibattimento ebbe a dire: «In questo processo i fatti sono cose riferite dai collaboranti, da persone indagate o imputate per reato connesso».

Due pesi e due misure A raccontare questi fatti sono solo ex mafiosi della peggior specie che Contrada ha perseguito, arrestato, fatto condannare: da Gaspare Mutolo, detto ’u Saittuni (topo di fogna) ai vari Marchese. Gente la cui parola incerta e falsa, ripetiamo, ha avuto un valore superiore a quella di chi con Contrada per anni ha lavorato fianco a fianco, o a quella di ministri, sottosegretari, prefetti, questori, generali, alti ufficiali, marescialli, brigadieri, ispettori, magistrati, direttori e funzionari dei Servizi, preti.

Vendette trasversali Ma chi sono questi pentiti? Gaspare Mutolo vanta una condanna a 13 anni e 10 mesi, affiliato a Cosa Nostra dal 1973, responsabile di 30 omicidi, ha condanne per estorsioni, rapine, sequestri di persona, attentati dinamitardi, contrabbando di sigarette, reati contro il patrimonio, possesso illegale di armi. Odia Contrada che lo ha sbattuto in galera. Lo odia al punto da inventarsi qualunque cosa, come dimostra il vaglio processuale. All’udienza del 6 giugno ’94, beffardo, confessa: «Quanti omicidi ho fatto? Mah, guardi, tra gli omicidi e gli strangolamenti sono più di 30». Scusi - domanda il giudice - ma chi ha ucciso? «Beh... persone normali, insomma, mafiosi, non mafiosi, giovani perché rubavano». Udienza del 22 giugno, ancora Mutolo: «Era una cosa normale, diciamo, cioè, a volte si andava a uccidere una persona, magari avevamo solo l’ordine di uccidere, senza sapere come si chiamava».

E che dire di un altro grande accusatore, Giuseppe Pino Marchese, che, scomodando i defunti, riesce a mentire sui rapporti Contrada-Riina? Affiliato a Cosa Nostra dal 1980, partecipa a numerosi omicidi, estorsioni, attentati, coautore della strage di Bagheria. Nell’udienza del 22 aprile 1994 gela i presenti: «Ho assistito, anche, ho partecipato a vari crimini perché io c’è stato un periodo, prima di essere combinato, che spesso vedevo delle riunioni che facevano loro, che una volta mi sono trovato mentre stavano strangolando una persona. Dopo svariate volte abbiamo dato fuoco a qualche macchina, abbiamo messo del tritolo nei cantieri, fatto estorsioni, diciamo, e vari omicidi, varie scomparse».

Obbrobri giuridici Se per i pentiti «era notorio nel nostro ambiente che Contrada fosse colluso», per tutti e 112 gli uomini dello Stato «nessuno, in tantissimi anni, ha mai sollevato dubbi né ha mai avuto sospetti di suoi rapporti con la mafia».
Eppure l’obbrobrio giuridico della «convergenza del molteplice» (più dichiarazioni convergenti fanno una prova) vale solo per i pentiti e non per chi ha giurato fedeltà allo Stato ed è sceso fino a Palermo per testimoniarlo pubblicamente. Ai collaboratori di giustizia del processo Contrada è stata poi estesa la massima buona fede sulle dichiarazioni de relato, per sentito dire, di seconda e terza mano, tutte impossibili da verificare.

Prendete Tommaso Buscetta, che riferisce parole che gli sarebbero state dette dai boss Riccobono e Bontade (entrambi morti). Idem fa Gaspare Mutolo, citando Riccobono e Angelo Graziano (deceduti). Pino Marchese si appella alle confidenze dello zio (asceso in cielo) Filippo. Francesco Marino Mannoia tira in ballo racconti di Bontade, Giaconia e Riccobono, tutti al cimitero. Salvatore Cangemi fa altrettanto, scomodando l’anima di Stefano Bontade. Francesco Onorato riferisce cose che gli sarebbero state riferite da Giovanni Graziano, morto e sepolto.

Riscontri fantasma Pietro Scavuzzo, parlando di un’anfora donata da Cosa Nostra a Contrada, cita Pietro Mazara, vittima di «lupara bianca» sia al momento della verbalizzazione sia al momento in cui sarebbero avvenuti i fatti. Il festival del caro estinto: parole in libertà, senza lo straccio di un riscontro. Un giorno, in aula, Contrada prese il microfono e sbottò: «Signori, mi sono riletto le carte del processo e ancora non capisco cosa mi si contesti. Di fronte a certe accuse indimostrabili è impossibile difendersi». Quando su un episodio specifico ad accusarlo non erano i pentiti ma i carabinieri, l’ex 007 riuscì finalmente a dimostrare la falsità dell’accusa: un ufficiale dell’Arma spifferò a un pm la circostanza che Contrada era stato visto in via D’Amelio subito dopo la strage. La vulgata durò anni. Fino a quando, in aula, il superpoliziotto non fece l’elenco delle persone (alti ufficiali di polizia e carabinieri) che erano con lui, su una barca in alto mare, nel momento in cui il giudice Paolo Borsellino saltava in aria con i suoi angeli custodi.