Così la Thatcher cambiò le regole del Monopoli

«Miserabili - Io e Margaret Thatcher»: è il nuovo spettacolo di Marco Paolini, portato in scena con il gruppo musicale I Mercanti di Liquore, con pezzi da De André a Endrigo, che debutterà al Teatro della Corte martedì 17 e resterà in scena fino al 22 aprile.
Ecco l'anteprima dello spettacolo nelle parole dell'autore.
Come si inserisce nel suo repertorio questo testo?
In Miserabili ho ripreso la narrazione interrotta agli anni '80 negli Album: l'idea era di vedere che cosa fossero diventati da adulti quei ragazzi della provincia veneta, se si fossero trovati spiazzati di fronte a questo oggi così problematico.
Un altro capitolo degli Album, quindi.
No, perché la struttura dello spettacolo è molto diversa. La presenza delle canzoni lo rende una ballata; inoltre è costruito di brevi monologhi e racconti, senza unità di tempo e azione e senza personaggi, per la necessità di coprire un arco narrativo di oltre 25 anni, dall'inizio degli anni '80 ad oggi.
Su che cosa ha puntato l'attenzione?
Sono partito dal nostro rapporto con il portafoglio, dal ricorrere sempre più frequente ai prestiti. C'è sicuramente la difficoltà di accettare i propri limiti economici, ma anche l'impulso di sperimentare cose nuove, dalle città spettacolo ai viaggi organizzati, dalla cultura del cibo alla cocaina, che non è più appannaggio di pochi. Lo spettacolo è il tentativo di capire, analizzando fatti di rilevanza nazionale, come e perché siamo arrivati a questo.
C'è stato un evento scatenante in questo processo?
Un momento, anzi un anno in particolare: il 1979, con l'avvento al potere di Margaret Thatcher nel Regno Unito e dell'Ayatollah in Iran nell'arco di quattro mesi. Da quel momento Occidente e Oriente non sono stati più in grado di capirsi, convinti come siamo del loro pervicace attaccamento al passato e della nostra apertura al futuro. Il progresso tecnologico c'è effettivamente stato, ma la sua gestione politica ne ha spesso inficiato gli effetti positivi.
E qual è stato il ruolo della Thatcher?
È un discorso complesso, bisogna partire dagli anni '20. Dopo la prima guerra mondiale e il crollo di Wall Street nel '29, l'economia mondiale si è sostenuta sui cambi governativi basati sul dollaro. I mercati si sono così, faticosamente ma costantemente, ripresi; ma dalla fine degli anni '70 c'è stato un cambio di passo, è esplosa l'era delle intelligenze artificiali, dello sviluppo incalzante di tecnologie sempre più competitive, con una crisi generale dell'economia. La Thatcher ha reagito sottraendo vasti settori dell'economia alla politica, "ha messo le case sulla stazione Nord e sulla società dell'acqua potabile" del gioco del Monopoli, come dico in scena, ha sovvertito le regole; è con lei che si coniano una serie di parole con desinenza in -azione, da "informazione" a "privatizzazione".In Inghilterra questo modello ha funzionato molto bene, ma la sua esportazione acritica e sventata in altri paesi è stata nociva; in una democrazia bambina come l'Italia è stata addirittura criminale.
Spuntano i Miserabili del titolo?
In qualche misura, sì: i miserabili di Hugo, ben 140 anni fa, erano persone soggette al destino, schiacciate da un'economia senza ammortizzatori sociali. Eppure erano gli anni della Belle Epoque, tanto celebrata per le sue trasgressioni, come il Moulin Rouge, e per le innovazioni tecnologiche, dall'automobile al cavo sottomarino che collegava le borse di New York e Londra in tempo reale. Un periodo "d'oro", per chi poteva permettersi di viverlo in quelle condizioni privilegiate. A me pare che la storia si stia ripetendo: e penso che capire ciò che è successo allora può servire a capire ciò che sta succedendo oggi. Lo spettacolo punta a seminare dubbi, non dare risposte o emettere giudizi. Vorrei trasmettere informazioni senza fuorviare il pubblico o decifrarle al posto suo: ed è una responsabilità davvero grande.