Così ti sbianchetto il giornalista di destra

Ci hanno sempre insegnato che la cultura di destra in Italia non esiste. E, al netto di un folto gruppo di grandi pensatori del ’900 che non staremo a citare, forse è vero. Ora però ci insegnano che anche il giornalismo a destra non esiste.
Nel 2007 erano usciti i primi due «Meridiani» Mondadori dedicati al Giornalismo italiano con i pezzi più belli usciti dall’Unità al 1939. Adesso è la volta dei due volumi che coprono gli anni fra la contestazione e l’attentato alle Torri Gemelle (Giornalismo italiano 1939-1968 e 1860-2001, Mondadori, pagg. 1974 e 2038, euro 55 a volume). Curati da Franco Contorbia, rappresentano un’operazione editoriale e culturale straordinaria, in qualche modo un manuale di storia e per certi versi anche di letteratura. Le Mille e una notte del giornalismo, tante sono le storie raccontate: un’antologia ricchissima e varia per stili, scritture, punti di vista. Ma che (pur sapendo benissimo come ogni antologia sia per costituzione «parziale») sarebbe potuta essere meno sbilanciata se non avesse incidentalmente dimenticato tutto il giornalismo «di destra», che per quanto detestabile è - ahivoi - esistito e continua a esistere (per ora).
Anche solo sfogliando l’ultimo volume, che sceglie il «meglio» del periodo 1968-2001, ci si accorge della tendenziosa inclinazione a sinistra. Legittima, ma che non rende giustizia a firme storiche e testate gloriose di diverso orientamento. Indro Montanelli, per partire dal Principe, è superantologizzato: nove pezzi. Il primo, uno dei celebri reportage dalla Finlandia invasa dai sovietici, del dicembre 1939; l’ultimo, il necrologio di Craxi, del gennaio 2000. In mezzo, dal ’73 al ’94, uno strano buco di vent’anni, che solo accidentalmente coincide con l’avventura del Giornale. È il solito ossequio alla vulgata che vuole gli anni da direttore al soldo di Berlusconi come un «incidente di percorso» di un giornalista altrimenti «progressista». Il vecchio Indro ricompare, d’incanto, nel dicembre ’94, alla Voce. Con un pezzo devastante su Berlusconi raggiunto dall’avviso di garanzia a Napoli. Il pezzo si intitola «Finalmente». A proposito, anche il suo amico Mario Cervi è presente nei «Meridiani». Con un pezzo. Scritto quando era al Corriere, però. E anche Enzo Bettiza c’è: con tre pezzi, ma della Stampa e del Corriere. Mentre di Cesare Zappulli, una delle penne più brillanti del nostro giornalismo, non c’è traccia: fu condirettore di Montanelli al Giornale fino all’82. E senza andare tanto lontano, lo stesso Paolo Guzzanti imperversa fino a quando scrive per la Repubblica e La Stampa. Poi, avendo inopinatamente iniziato a firmare su un giornalaccio di destra... Vergogna.
Strano, Gianpaolo Pansa è un maestro. E infatti è antologizzato con otto meritatissimi pezzi. Poi, purtroppo, ha scritto Il sangue dei vinti, e scompare. Il suo acerrimo amico, Giorgio Bocca, che non ha tradito, di pezzi ne ha ben 16, tié. È in cima alla classifica: poi ci sono Bernardo Valli (la Repubblica) con 10 pezzi, Gianni Brera (quello della Gazzetta, del Giorno e della Repubblica, non del Giornale), Oriana Fallaci (ci mancherebbe), Enzo Biagi, Camilla Cederna, Eugenio Scalfari, Tiziano Terzani... Alla sera l’intellighentia andava o in via Solferino o a largo Fochetti, dipende. A proposito. La Repubblica conta complessivamente 102 pezzi antologizzati, il Giornale soltanto due (che tristezza, noi valiamo un cinquantesimo di loro...): uno di Vittorio Feltri del ’94 su Berlusconi che scende in campo e l’altro di Maurizio Belpietro sulla campagna elettorale del 2001 come risposta a un pezzo di Ezio Mauro che, essendo direttore della Repubblica, di articoli ne ha due. Può capitare. Può capitare che Natalia Aspesi abbia cinque pezzi, Miriam Mafai tre, Mario Pirani (!) tre, Giulietto Chiesa (!!) tre, Furio Colombo (!!!) due (uno in più di Beppe Severgnini, ma quello del Corriere della sera non del Giornale), e poi Gad Lerner, Curzio Maltese, Federico Rampini... La Repubblica ha una squadra fortissimi, non c’è dubbio. Ma il dubbio è: perché non c’è neppure un pezzo di Pietrangelo Buttafuoco, di Marcello Veneziani, di Stenio Solinas? Perché ce n’è appena uno di Massimo Fini (dal Giorno) e due di Giuliano Ferrara? Le uniche due firme di intellettuali «non conformisti» presenti in 3.832 pagine sono quelle di Paolo Isotta e Armando Torno, per due pezzi su Pavarotti e sulla Scala... Musica, maestri.
Vero pantheon dei maestri del giornalismo, i «Meridiani» rimangono comunque stupendi, come ha già detto tutta la stampa, da Repubblica (ne ha scritto Nello Ajello, antologizzato) al Corriere (ne ha scritto due volte Antonio D’Orrico, antologizzato). Soprattutto il terzo (sul periodo 1939-68, l’epoca d’oro del giornalismo) rispetto al quarto che, dovendo affrontare gli ultimi anni, più che un’antologia è un manuale. Cencelli. Dove il curatore, giustamente preoccupato degli equilibri editoriali, oltre che della bellezza degli articoli è costretto a tener conto delle poltrone da cui sono stati scritti. Da quella di direttore (ci sono tutti: De Bortoli, Padellaro, Riotta, Mieli, persino Minzolini con un pezzo-intervista a Berlusconi...) fino a quella di Direttore Generale della Divisione Periodici della Mondadori. Solo accidentalmente il gruppo che pubblica i «Meridiani». Ma le marchette, come i refusi, sono il pepe del giornalismo.