Così Togliatti decise di «sdoganare» l’intellighentia nera

Ruggero Guarini

Non è certamente proibito sostenere che Togliatti, con la sua famosa amnistia, dimostrò, come ha scritto Il Foglio, «che cosa vuol dire fare politica per il Paese». Sarebbe però doveroso aggiungere che oltre e forse prima che «per il Paese» quella politica fu fatta «per il partito». E soprattutto sarebbe carino, a sessant’anni dall'emanazione di quell’atto legislativo, segnalare per benino, sine ira et studio, quello che probabilmente fu il principale dei tanti obiettivi patriottici e/o partitici che Togliatti perseguì con quel colpo di spugna: favorire il passaggio di molti ex fascisti al Pci.
Questo trasloco, come si sa, assunse proporzioni molto consistenti soprattutto nella sfera culturale. Quanti professori, scrittori, giornalisti, intellettuali, artisti ecc., che si erano gravemente compromessi col fascismo aderendo ai suoi aspetti peggiori (per esempio la svolta antisemita del ’38), furono incoraggiati a passare dal nero al rosso dalla non infondata certezza che soltanto in questo modo si sarebbero sottratti alla minaccia di imbarazzanti rivelazioni sul loro passato?
Su questo punto il diligente libretto di Mirella Serri (I redenti) ha offerto recentemente una documentazione impressionante. Dalla quale si deduce che ad agevolare quella precipitosa migrazione non fu soltanto il bisogno di tanti di quei migranti di assicurarsi sui propri errori trascorsi il silenzio indulgente dei loro nuovi padrini partitici. Fu anche, anzi forse soprattutto, la comune natura totalitaria del fascismo e del comunismo. Che ha reso sempre e renderà sempre agevoli e naturali i passaggi dal nero al rosso e dal rosso al nero. Mentre irriducibile avversione per entrambi degli spiriti liberali ha sempre ostacolato la loro adesione all’uno o all’altro di quei due campi apparentemente opposti ma segretamente affini. Tanto che nei rari casi in cui questa adesione è avvenuta, occorre immaginare che sia stata incoraggiata da motivi (debolezza, paura, opportunismo e simili) che per quanto deplorevole niente hanno a che fare con quella fanatica fede che sempre si accompagna alle conversioni, militanze e capriole delle nature estremiste e settarie.
Queste dovrebbero, ormai, sembrare indiscutibili evidenze. Invece ancora oggi, a sessant’anni dall'emanazione di quell’astutissimo provvedimento, vengono allegramente ignorate. Non vengono segnalate nemmeno nel grosso libro, appena uscito, che lo storico Mimmo Franzinelli ha dedicato all’argomento (L'amnistia Togliatti, Mondadori, pp. 336, euro 18.) Quale l’oscuro motivo di questa singolare reticenza?
È la perdurante riluttanza a riconoscere le ben note affinità teoriche e pratiche fra tutti i regimi totalitari del Novecento, rossi o neri che essi fossero. Una delle quali riguarda l’appartenenza partitica degli intellettuali. Una fisima che ancora oggi concorre potentemente a impedire che si ammetta che i tanti intellos che nell’immediato dopoguerra passarono dal fascismo al comunismo non fecero in fondo altro che ricominciare a inseguire, come già avevano fatto all’ombra del vecchio regime, e con zelo spesso raddoppiato, quelle glorie e quei poteri a cui sempre aspirano tutti gli uomini di cultura col pallino dell’appartenenza organica al partito-Stato.
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