Così le università truffano tutti i migliori cervelli italiani

Cinquecento scienziati in fuga erano tornati per la regolarizzazione. Ma solo 25 hanno trovato un posto. Il decreto del 2001 e la legge Moratti avevano richiamato
decine di geni espatriati, ma gli atenei li snobbano

L'Italia li fa, all'estero li prendono e li premiano. Il BelPaese li forma, li fa crescere nelle sue scuole e nelle sue università, li alleva pieni di sogni, ma i loro sogni si materializzano quando preso il coraggio a due mani, si presentano al check-in e partono per un volo lontano. Nel mondo sono geni, in Italia li trattano da stagisti.

Sono i «cervelli» e dietro a questo nome si nascondono le storie e gli studi d’eccellenza di Marco Bruni, astrofisico, vincitore di postdottorati al Queen Mary College di Londra e all’università di Cardiff e tra i fondatori del britannico Institute of Cosmology and Gravitation; Laura Bonesi, 40 anni, biologa, dottore di ricerca all’Università di Oxford e associato all’Università di Newcastle; e poi ingegneri elettronici premiati negli Stati Uniti per «oustanding research achievements», «straordinari risultati di ricerca» e ancora archeologi, psicologi, cardiologi.

Insomma, un piccolo esercito i cui curricula sono contesi nel mondo globalizzato dove innovazione, ricerca, tecnologia, sperimentazione fanno la differenza. Fuori dallo stivale un tappeto rosso è pronto ad accogliere queste menti d’eccellenza. In Italia, invece, si materializza la fuga. Così l’hanno chiamata, la «fuga dei cervelli». E non è bastata al nostro Paese per capire quali risorse umane e professionali sta perdendo.

Perché dopo la fuga, oggi è la volta della «seconda fuga». Sì, le menti erano tornate, ma ora migrano di nuovo. Illusi dal progetto «Rientro dei Cervelli», in molti avevano sperato in un futuro professionale in Italia. Glielo consentiva il decreto ministeriale n. 13 del 21 gennaio 2001, che prevedeva uno stanziamento iniziale di tre milioni di euro coi quali lo Stato si faceva carico del 95 per cento dello stipendio degli scienziati sparsi per il mondo che avessero accettato di venire in Italia per inserirsi nelle università di casa nostra.

Insomma, per un po’ i «cervelli» hanno accarezzato il sogno di tornare a casa, di lavorare per il proprio Paese e perché no - ci dice uno di loro - «siamo italiani, anche per avvicinarci alle nostre famiglie». Speranza vana. In Italia sono tornati sì, ma ora in molti sono costretti a ripresentarsi al check-in. Perché di regolarizzazione non se ne parla.

Su 499 che hanno usufruito del programma, circa venticinque sono stati stabilizzati, hanno ottenuto il nullaosta alla nomina e sono diventati professori «ordinari» o «associati». Quindici sono in attesa. Tutti gli altri, invece, tra laboratori e studi di rilevanza internazionale, tirano a campare. Di stabilizzazione non se ne parla. Nonostante la legge 230 del 4 novembre 2005, la cosiddetta «legge Moratti», nel suo articolo 1, comma 9, preveda la possibilità di «chiamata diretta» per chi ha aderito al programma «rientro dei cervelli», nato proprio con l’obiettivo di regolarizzare i ricercatori brillanti migrati all’estero.

Invece le «menti» italiane aspettano il loro turno, ma il turno non arriva. E in molti hanno già deciso di fare le valigie e ripartire. La ragione della sconfitta? Da una parte l’ostruzionismo degli atenei che dovevano assorbirli, gli ostacoli posti dai «baroni» delle nostre facoltà, il fastidio per queste menti che non hanno fatto «l’italica trafila» e il rischio che i loro curricula insidiassero quelli di chi - anche con tutti i meriti - a quella trafila si è sottoposto. Dall’altra un secondo ostacolo, quello posto dal Cun, il Consiglio Universitario nazionale, che ha deciso di interpretare restrittivamente la legge Moratti. Invece che badare al «livello scientifico» di questi giovani, il Cun si è aggrappato alla formula dei «titoli» equipollenti, sostenendo che per avere l’incarico fosse necessario avere rivestito il medesimo ruolo all’estero. Così ha ritenuto che molti di loro non fossero all’altezza di mettere piede nelle università italiane a pieno titolo. Come dire che se sei arrivato secondo in Formula Uno, non puoi partecipare al Rally di Poggibonsi. I baroni insistono, i cervelli ripartono. E in Italia la ricerca aspetta.