Così va in frantumi anche il santino della Betancourt

L'impietoso libro dei suoi ex compagni di disavventura parla di una donna ben diversa dal ritratto "politicamente corretto" proprinato dai media. Ma la prigionia può trasformare un angelo in carogna

Nessuno di noi è in grado di dire come si comporterebbe se, per le proprie idee, finisse imprigionato, sequestrato, torturato. Siamo esseri umani, abbiamo i nostri limiti e le nostre miserie e tuttavia ha ragione Jean Maspero, che è stato uno degli editori francesi più rivoluzionari e più libertari del secolo scorso, a scrivere nella propria autobiografia, Le api e le vespe, che il punto non è questo, la vigliaccheria e/o l’eroismo non si misurano dopo, ma prima. «Cedere non toglie niente all’eroismo di chi vi si abbandona. I veri, i soli vigliacchi sono quelli che hanno vissuto la loro vita in modo da non dovere mai trovarsi nella situazione di essere torturati», ovvero umiliati, offesi, ridotti in catene.
È per questo che il ritratto negativo di Ingrid Betancourt che emerge dal libro Out of captivity scritto da alcuni suoi compagni di prigionia, sposta di poco il giudizio di cui sopra. Per Keith Stansell, Thomas Howes e Marc Gonsalves che per cinque anni divisero con lei lo stesso orrore, Ingrid si rivela «una donna molto dura», arrogante, pronta a sottrarre il cibo e ad accaparrarsi il miglior giaciglio, «la padrona del gulag», una che «ha tirato scemi anche i guerriglieri» e, allo stesso tempo, una il cui modo di comportarsi nei confronti dei propri compagni di sventura era peggiore di quello usato «dagli aguzzini».
C’è di più. Secondo i tre marine americani detenuti assieme alla Betancourt dai guerriglieri delle Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia, ci fu anche da parte sua il tentativo di convincere quest’ultimi che non si trattava di militari, ma di «agenti della Cia», il modo più rapido forse di spedirli davanti a un plotone d’esecuzione. È una «spiata» che tuttavia un altro compagno di sventura, e di tentata fuga, il suo connazionale Luis Eladio Perez, nega, aggiungendo di non averla mai vista durante l’intera cattività, sei anni e sei mesi, «piangere o lamentarsi».
E va anche detto che suona un po’ stridente questo j’accuse da parte di soldati di professione, abituati cioè al rischio, allenati psicologicamente e fisicamente alle privazioni e alle pressioni psicologiche, nei confronti di una signora borghese, candidata alle presidenziali del proprio Paese, privata dall’oggi al domani di qualsiasi riferimento a lei noto e a lei caro.
Il punto dunque, è un altro e vale la pena ragionarci sopra senza iattanza, ma con sensibilità. È l’immagine-santino che nel tempo aveva finito con il prendere il posto della realtà, era l’idea di un premio Nobel per la pace che con la pace aveva poco a che vedere, era la trasformazione di una che stava pagando per le proprie idee in una sorta di agiografia laica, di Maria Goretti della politica, tenera, dolce, pronta al sacrificio e naturalmente al perdono. Mentre la Betancourt era tutt’altra cosa, come la prigionia stessa ha dimostrato, testarda, volitiva, pronta a cercare di scappare ogni volta che le si apriva uno spiraglio, pronta a far valere il suo status di prigioniero politico per eccellenza, decisa a mantenersi distante dagli altri reclusi perché questo era l’unico modo per meglio difendere la propria unicità, e pronta anche a patteggiare con i propri carcerieri se questo le permetteva di tirare avanti, di erodere un po’ dell’altrui potere.
A forza di andare dietro a immagini consolatorie, politicamente corrette, buone per definizione, quelle che poi servono nei talkshow al presentatore di turno per definire il mascalzone di turno «una bella persona», abbiamo dimenticato che siamo impasti di bene e di male, condizionati dalla storia e dalle contingenze, forti e deboli a seconda di tante e tali cose di cui abbiamo perso il conto, e che si ripresentano nel momento delle scelte difficili, delle decisioni estreme. In quello che è il Guerra e pace del Novecento, il romanzo Vita e destino di Vassilij Grossman, riflessione amara e bruciante sul male, l’autore si interroga sulla «remissività» della natura umana nei tragici anni Trenta e Quaranta di quel secolo, la remissività figlia della violenza dei totalitarismi, quando «per sopravvivere, l’istinto scende a patti con la coscienza» e «tutto, ogni cosa, generava un’obbedienza succube: la disperazione come la speranza». E non sorprende che il russo Grossman, uno che da vivo non ebbe nemmeno la gioia di vedere pubblicato quel libro, inviso al Cremlino perché «pericoloso», la pensasse come il francese Maspero citato all’inizio: «Riflettiamoci tutti, ma in primo luogo quanti pretendono di insegnare come si dovrebbe reagire in condizioni che, per un caso fortunato, costoro - insulsi maestri - non hanno conosciuto». È anche per questo che il santino Betancourt va in frantumi, i ritratti e le interviste giulebbose, il non chiedere mai quanta animalità occorra per non soccombere, ma far sempre finta che sia il Bene a trionfare di per sé e la salvezza, le acque del mar Rosso si aprano davanti alla pacatezza, alla modestia, al ragionamento.
Avendo derubricato il male a Male assoluto, fatichiamo a capire quella che Hanna Harendt aveva definito la «banalità del male», parente stretta della «banalità del bene», una sorta di ottusità delle coscienze, che per inerzia scivola ora da una parte ora dall’altra e ci può far diventare vittime o carnefici e spesso albergare l’anima dei primi nel corpo dei secondi. Preferiamo insistere sull’effetto consolatorio, sulla strategia dei buoni sentimenti e ovviamente non riusciamo più a capire perché Caino possa aver ammazzato Abele, né perché l’angelo Betancourt si sia potuta comportare, se necessario, da carogna.