Così veleno (e amante) ammazzarono Cavour

Da oggi, gratis col nostro quotidiano, un raro volume che racconta una leggenda del Risorgimento: lo statista tradito e ucciso per volontà di Napoleone III<br />

Alcuni decenni dopo la morte di Cavour, uno dei suoi antichi collaboratori, Costantino Nigra rintracciò per caso a Vienna da un antiquario un pacchetto di lettere intime dirette dal grande statista alla sua amante Bianca Ronzani. Le acquistò e chiese l’autorizzazione al Re, Umberto I, di distruggerle perché, a suo parere, erano «inspirate da una violenta passione, con imprevidente abbandono, piene di particolari del carattere più intimo» e avrebbero fatto «torto alla memoria di Cavour, se conosciute e pubblicate». Naturalmente, Nigra ottenne subito l’autorizzazione richiesta e le lettere furono bruciate alla presenza di testimoni.

La destinataria delle missive di Cavour è anche la protagonista di un curioso e rarissimo libello - quello che Il Giornale offre da domani ai suoi lettori - intitolato Cavour avvelenato da Napoleone III. Documenti storici di un Ingrato, pubblicato per la prima volta a Torino presso l’editore Domenico Cena e poi più volte ristampato. Il libricino racconta, con uno stile vivace da romanzo d’appendice, con il pathos e la nervosità di scrittura dei capolavori di Alessandro Dumas, una storia che circolava nei pettegolezzi di palazzo. Questa storia attribuiva a Napoleone III - il quale vedeva ormai nello statista piemontese, dopo la conclusione della II guerra d’indipendenza, un suo irriducibile nemico - la responsabilità della morte di Cavour che sarebbe stato avvelenato da una sua emissaria in casa dell’amante. L’autore si sarebbe deciso a mettere per scritto e a divulgare la storia solo nel 1871 - uscita, come si è detto, sotto forma di volumetto, ma anticipata sulle pagine del giornale Il Ficcanaso diretto dal giornalista nizzardo Giuseppe Beghelli - proprio perché, nel frattempo, dopo la guerra franco-prussiana che aveva segnato la fine del II impero, Napoleone III era ormai uscito di scena.
Gli storici non hanno mai dato importanza a questo libello.

Rosario Romeo, per esempio, il maggiore studioso di Cavour, ne accenna più volte in nota liquidandone il contenuto come un insieme di «indiscrezioni scandalistiche» disseminate in un contesto che «formicola di assurdità», ma ne ricava pure qualche informazione a riprova, evidentemente, che l’autore non era e non doveva essere persona estranea alla cerchia di amici, o nemici, di Cavour.
Il primo mistero che circonda il volume riguarda l’autore. Su chi fosse nascosto sotto lo pseudonimo si è a lungo discusso. Una delle ipotesi più accreditate è che il vero autore del libello sia stato un popolare ufficiale di polizia, il maggiore Domenico Cappa, figura popolare e benvoluta della Milano umbertina. Assegnato nel 1859 alla persona del presidente del Consiglio, Cappa gli fu vicino, in pratica, fino alla morte, ne conobbe la personalità e i segreti. Sembra, anche, che, naturalmente all’insaputa del «senatore», sia riuscito a condividere i favori di Bianca Ronzani.

In due volumi autobiografici che ebbero grande successo, pubblicati più tardi rispetto al libricino in questione, nel 1892 e nel 1893, Cappa fece cenno alla storia dell’assassinio di Cavour, attribuendolo, però, in prima persona alla Ronzani stessa. Altre ipotesi individuano l’anonimo autore del racconto in Isacco Artom, segretario copista di Cavour, o in un deputato piemontese, Petri, amico dello statista ma fedelissimo di Napoleone III.
Chiunque sia l’autore, comunque, la storia, per quanto inverosimile, merita di essere letta e conosciuta. Intanto per i protagonisti. A parte Cavour e Napoleone III, c'è la figura di Bianca Ronzani, che fu, davvero, per lo statista piemontese, a quanto risulta, il grande amore degli ultimi anni. Era una ballerina di professione e aveva sposato un impresario di origine triestina, Domenico Ronzani, che si era trovato costretto a lasciare Torino, dove gestiva il Teatro Regio, per problemi finanziari nel 1856. A quell’epoca Bianca aveva ventotto anni, dieci meno di Cavour, e aveva avuto una vita abbastanza movimentata, tanto che si ritiene sia stata anche una meteorica fiamma di Vittorio Emanuele. Quando Cavour la conobbe - si era rivolta a lui per cercare aiuto presso il Re - se ne invaghì immediatamente.

Che il racconto dell’Ingrato sia frutto di pura fantasia è opinione consolidata degli storici. Ma è un dato di fatto che esso contiene elementi e particolari che potevano essere noti solo a persona in confidenza o in contatto con Cavour. Comunque sia, buona lettura!