Così la «velina» di Molière ridicolizza lo snobismo intellettuale

Magistrale prova di Massimo Popolizio che veste i panni del «Misantropo». Dopo l'applaudito debutto allo Stabile capitolino, lo spettacolo firmato da Massimo Castri arriva il 16 novembre al Piccolo di Milano

Un quarto di secolo sui palcoscenici mietendo consensi e premi prestigiosi poco conta se ancor oggi conoscenti e parenti lontani gli chiedono: «Sì, va bene. Ma quando vai in tv?» Massimo Popolizio, classe '61, genovese trapiantato a Roma, scrolla le spalle e sospira: «Difficile estirpare il luogo comune che la professione di attore teatrale non sia un lavoro come un altro. È vista sempre come un'attività irregolare, propria di chi sia sempre in balia di genio e sregolatezza».
Passi per il genio, ma la sregolatezza Popolizio proprio non se la può permettere. Oggi ha chiuso al teatro Argentina di Roma quattro settimane di repliche del suo primo Molière diretto da Massimo Castri («Il Misantropo», prodotto dallo stabile capitolino, che approderà al Piccolo di Milano il prossimo 16 novembre). «Per controllare la voce e per avere sempre il fisico in forma devi fare quasi una vita monacale». E soprattutto molto ordinata. Anche troppo. «È per questo motivo che frequento di rado i set - spiega l'attore, che non disdegna incursioni nella fiction tv e nel cinema e che soprattutto nel doppiaggio ha trovato una seconda giovinezza -. Le produzioni cinematografiche vengono decise spesso all'ultimo minuto ed è difficile per chi come me ha impegni teatrali a lunghissimo termine conciliare le cose». È un gran peccato. Ha dovuto rinunciare a molti ruoli importanti. Per eleganza, però, evita di elencarli. «Sono andati a colleghi bravissimi, non sarebbe carino fare nomi». Per lavorare con Virzì, però, Popolizio sarebbe anche disposto a rivedere la sua tabella di marcia teatrale. «Mi piacerebbe davvero lavorare con Paolo. Quando si parla di lui («La prima cosa bella» e «Tutta la vita davanti», le sue ultime pellicole, ndr) si fa sempre riferimento alla commedia all'italiana. Ma è la costruzione dei suoi personaggi che più mi affascina. Quello che dicono e come lo dicono. Insomma un bel banco di prova per uno che fa il mio mestiere».
Sul grande schermo, Popolizio ha interpretato lo «squalo» Vittorio Sbardella nel film di Paolo Sorrentino dedicato a Giulio Andreotti. «Avevo presente il modello - ricorda l'attore - e non è stato difficile trovare voce e impostazione». Per il misantropo Alceste, invece, il modello è più alto e più sfumato a un tempo. «È quasi un luogo comune dire che certi classici sono sempre attuali - spiega l'attore che vanta nel suo palmares ben due premi Ubu, un Eschilo d'oro e una ventennale collaborazione con Luca Ronconi -. I misantropi di oggi sono coloro che non riescono a scendere a compromessi con una società chiassosa ed effimera, dove leggerezza e superficialità sono sinonimi perfetti». «Alceste è un intellettuale che diventa vittima del suo stesso snobismo - aggiunge Popolizio -. Finisce per innamorarsi di una donna faceta e mondana molto più giovane di lui. E diventa quindi schiavo del suo stesso contraddittorio sentimento». Ma lo snobismo di Alceste e la sua misantropia oggi sono diversi rispetto ai tempi di Molière. «L'attualità del testo è semmai nella paura della vita che accomuna da sempre tutti gli asociali».
Popolizio tornerà a fine stagione al Piccolo con una produzione dello stabile meneghino. Si tratta del discusso dramma Blackbird di David Harrower (regia di Louis Pasqual). Anche qui un ruolo difficile e ricco di sfumature. «È la storia di un amore impossibile - spiega l'attore - tra un quarantenne e una ragazzina di dodici anni. L'uomo viene accusato e condannato per pedofilia. Eppure il suo sentimento amoroso era autentico e, soprattutto, corrisposto. Il testo affascina proprio perché ci ammonisce dal cadere in facili schematismi. In fondo lo stesso Molière scrisse il Misantropo pensando al suo difficile rapporto con la moglie attrice, Armandine Bejart, più giovane di lui di vent'anni».
«Blackbird» è stato scritto nel 2006. Ed è la prima volta che viene rappresentato in Italia, dove le novità sono sempre più rare nei cartelloni degli stabili. «I classici - ammonisce Popolizio - sono la coperta di Linus dei direttori. Si ha paura delle novità e in un momento di crisi come questo nessuno vuole rischiare». Negli anni della sua formazione professionale (ha studiato all'Accademia d'arte drammatica Silvio D'Amico, evitando così di assecondare il desiderio dei genitori che lo volevano bancario) era tutto diverso. «Le pagine di Sipario degli anni Sessanta e Settanta raccontavano di tantissime novità. La scena teatrale era viva e vivace. Magari si facevano anche molte schifezze. C'era però più libertà. E si sentiva meno l'obbligo del consenso che sembra regola ferrea oggi».