Così Veltroni controllerà la «macchina»

Il sistema elettorale per la costituente del Pd scoraggia candidati e liste «fai da te» estranei alle nomenklature

da Milano

A modo suo, anche il sistema elettorale delle primarie del Pd sarà un porcellum. E non solo per le liste bloccate, contestate a parole ma poi mutuate senza scrupoli dalla legge-porcata. Nelle pieghe del regolamento elettorale sono infatti custoditi i meccanismi per indirizzare la competizione del 14 ottobre verso esiti graditi alle nomenklature di Ds e Margherita. Schierate come un sol uomo con Veltroni.
Le tessere vanno viste non separatamente, ma nel mosaico. Un supercandidato - Veltroni - sostenuto dagli apparati di Ds e Margherita. Liste bloccate per evitare brutte sorprese con le preferenze. Più liste a sostegno di Veltroni, in modo da far contare le correnti (popolari, bersaniani, dalemiani, amministratori del Nord...) e scongiurare sia risse preventive sui posti migliori sia candidature alternative. Divieto di liste scollegate da un candidato segretario, per evitare dispersione di voti. Divieto di voto disgiunto. Tempi ristretti per le candidature a leader: il termine è fissato a fine luglio, solo due settimane dopo l’approvazione del regolamento e quasi tre prima del voto (un record). Accorpamento delle primarie nazionali con quelle dei segretari regionali, per sfruttare l’effetto Veltroni e in un colpo solo prendere il controllo anche delle articolazioni locali del partito. Divieto di «pubblicazione a pagamento di messaggi pubblicitari o di propaganda elettorale su mezzi radiotelevisivi, testate giornalistiche o altri organi di stampa e informazione» (norma ancor più rigida di quella per le elezioni politiche nota come par condicio).
«Per contenere i costi della campagna», dicono. Ma in realtà ciò renderà afoni i candidati «esterni» ai partiti. Mentre Ds e Margherita avranno in mano il pallino della campagna elettorale con la «macchina» rodata. E si troveranno a combattere sul ring contro avversari con le mani legate.
Almeno, nella riunione di ieri, è stata cancellata la norma più eccentrica contenuta nella prima bozza del regolamento elettorale elaborato dai tre saggi. Quella secondo cui «le candidature all’Assemblea nazionale devono essere corredate dalle sottoscrizioni di almeno 100 e non più di 150 aventi diritto nei rispettivi collegi, autenticate da almeno due consiglieri comunali o provinciali riconducibili dell’Ulivo». Cioè non da un notaio, non da un altro pubblico ufficiale, ma necessariamente da consiglieri di Ds e Margherita. Regola che avrebbe costretto cittadini esterni ai partiti a chiedere ai partiti stessi (cioè ai loro avversari) di autenticare le firme per poter presentare una lista concorrente. Paradossale, se non diabolico.
È però rimasta la norma che esclude «persone notoriamente appartenenti a forze politiche e a ispirazioni ideali non riconducibili al progetto dell’Ulivo-Partito democratico». Una specie di selezione della razza. Non basta aderire al Pd: serve un’indagine retrospettiva sull’ispirazione ideale, affinché sia riconducibile all’Ulivo. Per dire: se la regola fosse applicata con rigore, Marco Follini (oggi nel comitato del Pd, ma fino a ieri avversario dell’Ulivo), sarebbe escluso.
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it