«Cos’è la vita? Danzare in cerchio»

Ciò che faccio è leggero come una farfalla, ma esige lacrime e sangue

La prima cosa che colpisce di lei fuori dal palcoscenico è l'assoluto contrasto tra il corpo agile e snello come una piuma da cui emana la grazia fragile e misteriosa di una figurina di vetro veneziano e quegli occhi neri, limpidi e fondi, che scrutano il mondo con l'aria di volersene appropriare.
Più occhi da infaticabile ricercatore che occhi da spaurita gazzella, dico a Luciana Savignano che dapprima mi guarda sospettosa e poi, stando al gioco, esplode in una risata. Che dà, fin dall'inizio, una svolta inattesa al nostro incontro. Perché la grande danzatrice, che si è esibita agli ordini dei coreografi più famosi del mondo, da Roland Petit a Maurice Béjart, mi confessa con umiltà e candore che del suo volto triangolare da divinità etrusca aveva un po' paura persino sua madre.
«Mia madre non riusciva a capacitarsi del contrasto tra la mia arrendevolezza di ragazza timida e beneducata e la forza magnetica, direi quasi tellurica, delle mie creature di palcoscenico: “Se non fossi mia figlia”, mi confidava stupita, “penserei a te come a una donna severa, quasi implacabile. Una divinità corrusca che esige sacrifici di sangue”, soggiungeva dopo avermi vista nel Bolero di Ravel».
E lei condivideva questa insanabile frattura tra essere Luciana nella vita e apparire Savignano in scena?
«Niente affatto. Sono sempre stata una milanese coi piedi ben piantati per terra, consapevole dell'enorme differenza tra il lavoro da un lato e la privacy dall'altro. Sarà banale, non lo nego, ma ha mai riflettuto che le principesse fuggite di casa e trasformate in cigni devono, per apparir tali agli occhi del pubblico, essere dotate di muscoli ben sviluppati, tendini che si pieghino a ogni minima sollecitazione e dita disposte a sanguinare per dare l'illusione del volo?».
Ma la vostra, non se n'abbia a male, è un'arte muta. Non ha mai provato la tentazione della parola?
«Sempre. Tanti anni fa, quando esisteva ancora la Piccola Scala, qualcuno pensò a uno spettacolo tratto dalla Voce umana di Cocteau con Mariangela Melato voce recitante e io corpo danzante. Da allora parola e gesto fanno parte di me, dopo il mio bellissimo incontro con Susanna Beltrami, la mia coreografa di fiducia con la quale ho varato una Carmen insolita, quasi una vittima di se stessa».
Cambiamo argomento. Mi dica, quanto ha contato Milano nello sviluppo della sua personalità?
«Continua a contare, ieri come oggi, come una presenza impalpabile, a volte severa, spesso amichevole, sempre essenziale. Le faccio un esempio. Quando mi preparavo a interpretare il ruolo della Monaca di Monza nei Promessi sposi, il balletto di Roberto Hazon che andò in scena nei bellissimi cortili dell'Università Statale in via Festa del Perdono, rimanevo per ore incantata a guardare i rosoni, ad ammirare la pietra rosa e nera dell'antico ospedale. E mi dicevo: “Ecco, solo qui, in un luogo come questo tra la solidità squadrata della pietra e il misterioso trascolorare del cielo può collocarsi una storia truce come quella di Virginia de Leyva».
I luoghi contano fino a questo punto nell'elaborazione di un personaggio?
«Sì, quando il personaggio è sospeso tra fantasia e storia come quello tragico e disperato di Virginia. Non credo che in teatro avrei trovato un simile impatto. Mentre in quell'antico chiostro, dove provavamo fino all'imbrunire, si era creata un'atmosfera incantata, quella del ricordo».
E adesso Luciana Savignano verso quale incanto è protesa?
«Dopo aver interpretato a Palermo, agli ordini di Menegatti, uno spettacolo sulla pace come I have a dream, penso a un periodo di riposo accanto a mio marito».
Posso chiedere dove?
«In Cina dove lui, che è medico, si dedica a un lavoro cento volte più importante del mio. Sul reale e non sull'immaginario, anche se, come in tutte le cose della vita, tutto si tiene e non si può mai separare con un colpo di forbici. Perché la vita è un grande, un immenso cerchio come diceva Béjart».