Così il voto cambierà il Polo ma al timone resta il Cavaliere

La sua leadership, indiscutibile in caso di vittoria, sarebbe ancor più necessaria per guidare una forte opposizione

Mario Sechi

da Roma

Qualunque sia l’esito delle elezioni di oggi e domani, una cosa appare chiara: il centrodestra nato nel 1994, svezzato nel 1996 e maturato nel 2001 non sarà più lo stesso. Vittoria o sconfitta influiranno in maniera diversa sul futuro della Casa delle libertà, soprattutto sulla velocità di un cambiamento che però sembra ineludibile.
Nella fase di avvicinamento al voto è riemerso il dibattito sulla leadership del blocco moderato, ma una discussione centrata soltanto sul prima, durante e dopo Berlusconi è deviante. Perché in caso di vittoria la supremazia del Cavaliere non sarà in discussione e in caso di sconfitta l’idea di Massimo D’Alema che sia «interesse del Paese che il risultato elettorale non metta Berlusconi nelle condizioni di essere il leader dell’opposizione» è non solo opinabile, ma svela il retropensiero della sinistra: senza Berlusconi si apre per noi un lunghissimo ciclo politico.
La lezione dei conservatori inglesi è il memento per tutta la Cdl: sacrificata la Thatcher senza avere alcun progetto credibile per il futuro, hanno spianato la strada ai tre mandati di Tony Blair, trascorso oltre un decennio all’opposizione, in cerca di un leader che, forse, hanno trovato solo oggi in David Cameron.
La tentazione del regicidio è dunque da prendere con le pinze e - lo ripetiamo - è uno scenario impossibile in caso di vittoria e ad alta pericolosità in caso di sconfitta. Forza Italia infatti appare comunque destinata ancora ad essere il più importante partito del centrodestra e non sarà facile per gli alleati tenere testa alle truppe parlamentari azzurre. Un autorevole esponente del governo ieri commentava: «Se si perde, non perde solo Berlusconi, ma tutte le tre punte».
Azzardare previsioni sul risultato elettorale è difficile, fare invece un ragionamento sul futuro del centrodestra è più facile. Ieri il Riformista titolava su una Cdl unita ma «per l’ultima volta», il sogno della vittoria si accompagna a quello dello scioglimento del Polo e dell’annichilimento di Berlusconi. Senza il Cavaliere l’opposizione infatti sarebbe priva di forza d’urto e un ipotetico governo ulivista avrebbe mano libera. Ancor prima che ci sia il verdetto dell’urna (e sarebbe meglio andarci cauti con le previsioni) c’è chi mette le mani avanti. Assai istruttivo in questa direzione è l’articolo scritto da Boris Biancheri sulla Stampa. L’ambasciatore invita chi perde ad accettare il verdetto delle urne, cita Nixon che alle elezioni del 1960 fu sconfitto da Kennedy e disse di «sostenere il vincitore», auspica che lo stesso accada martedì in Italia. Tesi interessante, forse condivisibile, ma certamente a scoppio ritardato. Era un pezzo da scrivere e pubblicare cinque anni fa, perché la sinistra italiana le elezioni del 2001 le ha prese come la vittoria del «partito dell’abuso» (definizione di Romano Prodi sull’Espresso).
Di fronte a queste sollecitazioni a scoppio ritardato il centrodestra deve riflettere.
Sia nel bene (vittoria) che nel male (sconfitta), i rapporti di forza interni alla Cdl saranno diversi rispetto alla legislatura che è appena terminata. Il sistema elettorale proporzionale darà una chiara visione delle forze in campo e non ci sarà più alcun partito sovrastimato o sottostimato rispetto al suo peso elettorale. Il maggioritario infatti impose a Forza Italia una serie di accordi per cedere collegi sicuri agli alleati. Oggi questo travaso di seggi non ci sarà e ognuno potrà misurare il proprio consenso nel Paese. Ciò che serve alla Cdl è un nuovo contenitore politico. È evidente che con il proporzionale si è esasperata la competizione interna, ma una volta sbarcati in Parlamento (alla maggioranza o all’opposizione) i partiti devono passare dallo slogan al progetto politico. Un buon governo in caso di affermazione e una forte opposizione (e magari con uno shadow cabinet, un governo ombra come quello dei conservatori guidati da Cameron in Inghilterra).
È stato lo stesso Berlusconi nei giorni scorsi a rilanciare l’idea del soggetto unitario (il Partito del Popolo Italiano) e questa potrebbe essere la base di partenza per una seconda fase della storia del centrodestra del nostro Paese. L’iniziativa dovrà partire necessariamente da Berlusconi. Senza il leader di Forza Italia ogni discussione sull’avvenire del rassemblement dei moderati non ha senso. Ne ha dovuto prendere atto anche un politico intelligente come Francesco Rutelli che ieri ha spiegato: «Avevamo pensato che dalla sconfitta del centrodestra sarebbe uscito in qualche modo un “dopo-Berlusconi”. Abbiamo sbagliato». Non è il solo nel centrosinistra e probabilmente avrà la buona compagnia di qualcuno del centrodestra.