Cosa c’è dietro quel Carroccio così moderato

L’analisi di Veltroni sulla linea dialogante di Bossi si ferma a una battuta che ha solo strappato qualche stracco applauso democratico al Teatro Strehler di Milano: «Se lui è il moderato del governo, vuol dire che qualcosa non va». Se lui «è»? Se lui «fa» il moderato, piuttosto. E che cosa vuol dire? Che qualcosa non va, come pensa Walter? No, vuol dire invece che il leader leghista sta giocando una partita destinata a ritoccare nei prossimi mesi gli equilibri interni della maggioranza che sostiene Berlusconi a Palazzo Chigi. Ma non certo per destabilizzare il premier: quest’ultimo, al massimo, è irritato dal tatticismo esasperato del Carroccio, che però fino a prova contraria rimane il saldo perno dell’asse subgovernativo d’impronta nordista con Forza Italia.
Eppure quanto piace a sinistra quel Senatùr che depone le doppiette dei cacciatori bergamaschi, che si pone come «mediatore» tra un Pd sospettoso e un Berlusconi irremovibile («gli sono saltati i nervi»), e che riconosce la «saggezza» del presidente Napolitano, contrario a un’unilaterale riforma della giustizia targata Pdl. E quante altre mosse dei lumbard vengono vissute dall’opposizione come un’ulcera che potrebbe logorare Palazzo Chigi. Due su tutte: il Calderoli irriverente che boccia la proposta di mandare in pensione le donne a 65 anni («Brunetta-scherzetto»), e la strenua difesa delle Province, considerate ormai carrozzoni da rottamare da una forte corrente di pensiero del Pdl.
Ma i tempi sono cambiati. E se Bossi era abituato a condurre le sue campagne di fondo con toni apocalittici, oggi può permettersi il lusso di sfoggiare un sorprendente doroteismo di ritorno. Invece di chiedere accelerazioni, preferisce opporsi a proposte di tagli e riforme del tutto naturali per un governo d’impronta neoliberale. E mettersi di traverso in modo sottile, più conservativo che distruttivo, confermandosi un politico duttile e machiavellico al di là della maschera rozzo-popolare che ama indossare. Oggi se lo può permettere, più che in passato. La Lega non è più un partito mosso solo dai suoi lampi di genio e da censurabili eccessi verbali, ma anzi si dimostra una forza interclassista e sfaccettata, soprattutto nella sua dirigenza. Capace ormai di presentarsi come un «partito supermarket», eredità di quella Dc mantenutasi al potere per cinquant’anni anche per la capacità di presentare i personaggi giusti al momento giusto. Nel caso del Carroccio la scelta non è più limitata come a un tempo: si va dal poliziotto Maroni al taglialeggi Calderoli, dai guerrieri televisivi Castelli e Cota al cattolico anti islam Borghezio, dal concreto Zaia all’ex pasionaria Rosy Mauro, assurta a figura istituzionale come numero 2 del Senato.
Ed è su queste basi che la Lega si attrezza per gestire il crescente consenso assegnatogli da tutti i sondaggi. L’ultimo è di ieri: 13,4% nel Piemonte a guida democratica, un buon viatico per ribadire la richiesta di esprimere nel 2010 anche la presidenza di Lombardia e Veneto. I primi conti si faranno inevitabilmente alle Europee di giugno. Sei mesi per portare a casa il federalismo fiscale (la madre di tutte le battaglie) e così rimuovere dal tavolo interno della maggioranza quei veti di retroguardia che oggi tengono sulla corda gli alleati. C’è da scommetterci: a sinistra Bossi tornerà a essere un pericoloso eversore da fermare.